di Alessandra Montrucchio

(japanese version here)

Non è facile parlare di Gift. Qualsiasi cosa si dica o si scriva pare sempre troppo poco, troppo approssimativo, come se esprimere che cos’è stato quello spettacolo fosse impossibile – e forse lo è. Questo vale anche per Gift dal punto di vista tersicoreo: ogni gesto riconducibile alla danza è talmente legato alla storia narrata, talmente intriso del contesto in cui avviene, che descriverlo di per sé è riduttivo. Quindi, forse è meglio concentrarsi su un momento solo, sul programma in cui la danza è più coinvolta: sto parlando di Ashura-chan.

Il programma è preceduto da un pezzo in cui, mentre ascoltiamo la voce off continuare a raccontare una storia – It’s fun! Is it fun? It’s fun, right? – che precipita verso il «Game Over», le Elevenplay ballano da sole. Definire il loro stile non è facile. Come molta della danza di oggi, anche quella delle danzatrici di Mikiko è all’insegna della commistione. Ci sono elementi che potremmo definire una versione coreografica di azioni quotidiane, per esempio correre o guardarsi allo specchio; ci sono movenze robotiche; ci sono posizioni e passaggi della danza contemporanea; c’è un uso di braccia e mani che attingono a waacking e voguing; e così via. Non qualsiasi genere di danza è presente: manca il balletto, anche se dall’uso di schiena e piedi direi che le Elevenplay, o almeno alcune di loro, potrebbero avere una formazione tradizionale; manca anche, vivaddio, l’atteggiamento sensuale, quando non sfacciatamente erotico, sempre più frequente nell’universo della urban dance, nel genere heels, o perfino nell’r ’n’ b. Anzi, in questa coreografia le ballerine sono volutamente fredde, impassibili, con quegli occhiali da sole che ne celano lo sguardo e le bocche serrate che non si allargano mai in un sorriso, non si aprono mai in un sospiro; personaggi di un vecchio videogioco, identiche tra loro come i marziani di Space Invaders, insieme e pure sole come i fantasmi di Packman.

Game over.

E inizia Ashura-chan. Una musica pop, trascinante; forse l’aggettivo giusto (o il più sbagliato?) è indemoniata: Ashura è un demone del folklore giapponese. Una musica fatta per ballare, comunque; e Yuzuru balla. Qua non si tratta più di alcuni elementi della danza inseriti nel pattinaggio; qua si tratta di alcuni elementi del pattinaggio inseriti nella danza: è la prima volta che Yuzuru balla così apertamente e così a lungo.

Yeeeeaaah! esplode la canzone, e Yuzuru si mette in moto, o meglio: all’inizio, mette in moto testa, busto e braccia, mentre con le gambe sta fermo. Un paio di rotazioni del capo (una che coinvolge anche le spalle, una con le mani a turno e poi insieme sulle tempie), un dito puntato sul pubblico, una contrazione del torace chiudendo i gomiti mentre le mani sono ancora sulle tempie, dopodiché gli ottoni cominciano a suonare e Yuzuru a pattinare. Passettini velocissimi, di sicuro non facili da eseguire con questa rapidità e scioltezza, perfettamente a tempo con la musica; poi, un paio di movimenti di spalle e braccia; quindi, riecco quei passettini velocissimi; infine una butterfly, come per entrare in una trottola… e invece Yuzuru si ferma. E la cantante attacca la prima strofa. E Yuzuru non ricomincia a pattinare, ma compie una serie di nuovi movimenti con le braccia.

Quali? Vediamo quelli che fa nei sei secondi successivi:

– alza il braccio destro di lato e lo fa ruotare in fuori dal gomito in giù;

–  porta le mani al cuore, fa un’isolazione di pettorali e spalle (disegna un cerchio, diciamo) e una piccola contrazione toracica aprendo le braccia in due tempi;

– fa uno chassé laterale;

–  porta le braccia all’altezza del viso formando un rettangolo con i polsi piegati e poi scambiandole;

– stende il braccio destro in avanti, lo tira indietro, lo ristende.

Sì: Yuzuru fa tutto questo in sei secondi. I secondi però nella danza non sono importanti, perché in danza si conta: la musica che si usa è prevalentemente in quattro quarti, e la misura standard che si usa in danza sono due battute musicali, per un totale di otto conti. Avrete sentito, in un film o in qualche altra occasione, un insegnante di danza o un coreografo dire: e un, du’, tre, quat, cinq, se’, sett, ott! Qua Yuzu fa uno se non due movimenti per conto: muoversi così in fretta è difficile, muoversi così in fretta compiendo gesti così netti e staccati è molto difficile. Bisogna essere in grado di isolare l’azione di ciascuna parte del corpo dall’azione di tutte le altre; se devo ruotare rapidamente il braccio dal gomito in giù devo isolare quella parte di braccio, tenendo invece ferma la parte superiore, altrimenti muoverò troppe cose, sarò più lento e andrò fuori tempo. Se devo formare un rettangolo con braccio sinistro sotto e destro sopra e poi formarne rapidamente un altro scambiando le braccia, devo coordinare altrettanto rapidamente i movimenti di polsi e gomiti, il che significa saper usare polso, gomito e spalla in modo da dividere mano e braccio in tre sezioni autonome. Se devo disegnare una sorta di cerchio orizzontale con il torace, devo sentirne staccata ogni parte, spalle pettorali sterno addominali alti addominali bassi…

Usare molto la testa, il busto, le braccia e le mani, il più delle volte con grande velocità, è tipico di svariati stili di danza oggi diffusissimi: la grande famiglia dell’hip hop, street jazz e derivati, l’universo dell’urban dance, fino al voguing… tutti stili assai diversi dalla danza classica e jazz proprio per l’accento che mettono sull’impiego della parte superiore del corpo, invece di essere fondamentalmente una questione di gambe e piedi. E, in effetti, in questi sei secondi (e dodici conti), Yuzuru gambe e piedi non li muove granché, né li muoverà granché nei prossimi secondi. Fino al ritornello, il movimento principale che coinvolge le gambe è una serie di tre dolphins: non molto, sebbene i dolphins richiedano non solo una schiena flessibile ma anche un’ottima coordinazione tra busto e gambe, visto che si muovono su conti diversi. Il vero cambiamento avviene però proprio con il ritornello, quando Yuzuru usa l’intero corpo, danzando e pattinando insieme.

Qui non voglio indicare passo per passo come ho fatto prima: non credo avrebbe senso andare avanti a elencare nomi. Diciamo piuttosto che le caratteristiche fondamentali di questa sezione mi sembrano due: 1) la commistione tra passi di danza (ne nomino un paio: dei veloci «calci» laterali consecutivi, con le spalle che si alzano e abbassano in opposizione ai movimenti della gamba – vengono dall’hip hop, anzi, da quello che nei primi anni Novanta chiamavamo «funky; una attitude derrière) e gesti mimici che esprimere il testo della canzone; 2) l’uso che Yuzuru fa del ghiaccio: come se fosse un normale pavimento, come se fosse il parquet ricoperto di linoleum adoperato dai ballerini – prova ne sia che le Elevenplay, fuori dal ghiaccio, fanno i suoi stessi movimenti. Tutto questo, alla velocità forsennata di prima e con la sicurezza e la scioltezza di chi si muove su suole di scarpe e sulla terraferma. Forse è questa la novità, e la difficoltà, della coreografia di Ashura-chan: usare la pista di pattinaggio come una pista da ballo.

Un momento che si distingue dagli altri è quando la canzone, nel bridge, cambia ritmo e carattere: non più un pop incalzante, ma qualche secondo di hip hop. Due otto (sedici conti) se contati lenti, quattro otto (trentadue conti) se contati veloci, e Yuzu cambia tipo di danza. Ora, lo ammetto: io detesto l’hip hop con tutto il cuore, quindi non lo conosco bene e non mi soffermerò a descrivere nel dettaglio i movimenti di Yuzuru. Inevitabilmente, però, di hip hop ne ho visto parecchio nella mia vita, dagli esordi fino alle sue derivazioni; e devo dire che Yuzuru è decisamente migliorato rispetto al video che tutti abbiamo visto di quando, diciassettenne, fece una lezione di hip hop a Toronto: allora, pur eseguendo tutto in maniera corretta, mancava di stile e di ciò che nell’hip hop è essenziale, l’atteggiamento. Adesso, anche se non credo che l’hip hop sarà mai il suo genere di danza, l’atteggiamento c’è; c’è la nettezza robotica dei movimenti; c’è, perfino, quell’infinitesimo “rimbalzo” alla fine di ciascun movimento che ne sottolinea lo stacco dal successivo. Alla lezione di Toronto, i movimenti di Yuzu erano ancora uno nell’altro, troppo fluidi, come sfumati l’uno nell’altro; ora non più, e l’inquadratura in cui vediamo lui sullo sfondo (a fuoco) e una Elevenplay in primo piano (sfocata) ci mostrano quanta strada Yuzuru abbia fatto nell’interpretazione di questo stile.

Alla fine del bridge la canzone torna al ritmo e al carattere precedenti, e Yuzu torna a sua volta al tipo di movimenti di prima passando per un moonwalk laterale: il moonwalk di Michael Jackson che tutti conosciamo è all’indietro, e sappiamo che Yuzu sul ghiaccio lo fa benissimo; ora scopriamo che sa fare anche il più raro moonwalk laterale: di nuovo, Yuzu sta usando il ghiaccio come se fosse il pavimento di una sala di danza. Quanto deve essere difficile stare sul ghiaccio coi pattini addosso e muoversi, oltretutto velocissimamente, come se si fosse in sneakers sul legno o sul linoleum?

Il predominio della danza sul pattinaggio dura quasi sino alla fine della canzone: quasi. Perché dopo il ritornello, dopo un attimo in cui il brano pare interrompersi, sulle ultime battute esclusivamente musicali, Yuzuru torna a scatenare il pattinatore, come all’inizio: passaggi di transizione, cambi di lama e di direzione, passi e passetti a una velocità forsennata. Non ho idea di quanto siano difficili; ma so che non ho visto molti pattinatori riuscire a «usare l’attrezzo» (per dirla con Massimiliano Ambesi) in questo modo e con questa naturalezza.

Finale: una bella sederata per terra, così perfettamente a tempo che è come se anche Ashura-chan fosse suonata dal vivo e il direttore d’orchestra seguisse con attenzione ciò che Yuzuru fa in pista per assicurarsi che musica e coreografia siano un tutt’uno. Ma Yuzuru non ne ha bisogno: prima o poi la scienza dovrà studiare come faccia la musica a nascere sempre, sempre da dentro di lui.

In conclusione, posso accennare a due elementi che non c’entrano con Ashura-chan?

Il primo sono le braccia: l’ho notato fin da L’uccello di fuoco che Yuzu continua a limare e rifinire movimenti e posizioni di braccia, mani, dita; e gomiti, e polsi. E ho terminato di notarlo in Notte stellata: anche qui ci sono ali, ma le ali di cigno sono diverse da quelle della fenice e sbattono in modo completamente diverso. Decise e assertive là, delicate e morbide qua; più tese e scattanti là, più tonde e meno nette qua. L’immagine che allego è però uno screen shot che ho fatto durante Hope and Legacy: se potete, riguardatevi questo programma a Helsinki, osservate le braccia durante la sequenza di passi, poi confrontatele con la versione di Gift. Com’è possibile che siano diventate ancora meglio di allora? Non lo so; eppure è successo.

Il secondo elemento è la spirale in One Summer’s Day (secondo screen shot), che in danza si chiama arabesque. Qui è quasi un penché, ovvero un’arabesque in cui la gamba sale oltre i novanta gradi (la speranza è che arrivi ai centottanta, quindi in spaccata verticale) mentre il busto si abbassa in avanti. Guardate le ginocchia perfettamente tese. Guardate il piede destro, che prosegue la linea della gamba in arabesque invece di spezzarla pendendo verso il basso. A proposito di linee, guardate l’eleganza di quella formata da braccio sinistro, busto, gamba destra. Non è una delle cose più belle che abbiate mai visto?

Ma è tutto Yuzuru, tutto Gift, a essere una delle cose più belle che abbiamo mai visto.