di Martina Frammartino

NdA: Per oltre un anno è stato possibile guardare GIFT su Disney+, con sottotitoli in numerose lingue, italiano compreso. Ora in Europa non è più possibile. Hanyū ha pubblicato GIFT in versione DVD e Blu ray. È possibile acquistarli da diversi siti giapponesi, purtroppo la versione pubblicata non comprende i sottotitoli.
RECENSIONE
[La versione originale di quest’articolo è stata pubblicata su FantasyMagazine il 24 luglio 2023: https://www.fantasymagazine.it/index.php/35426/gift-ice-story-2023]
La prima cosa che si vede è l’enormità. L’enormità dell’arena, il Tokyo Dome, con 35.000 spettatori pronti ad assistere a uno spettacolo che non ha precedenti, e non solo perché in passato al suo interno non era mai stata allestita una pista di pattinaggio. Quello che non ha precedenti è lo show stesso, GIFT, in cui sono narrati, secondo la sinossi ufficiale, “la vita e il futuro di Yuzuru Hanyū sul ghiaccio”. Eppure quello che va in scena è molto più di quanto descritto da queste parole, e per quanto la narrazione si svolga sul ghiaccio, la sua portata non è limitata all’ambito della pista.
Se nel pattinaggio artistico è normale assistere a show costituiti dal susseguirsi di programmi interpretati da pattinatori diversi, nell’autunno del 2022 Yuzuru Hanyū aveva già interpretato quello che quasi certamente è il primo show da solista mai realizzato da un pattinatore, Prologue. Nell’occasione Hanyū aveva ripercorso la sua straordinaria carriera agonistica attraverso una narrazione costruita dalla successione di programmi interpretati al momento, filmati dedicati ad alcuni momenti chiave della sua storia, e dialogo con il pubblico. Qualcosa di così innovativo che gli era valso il primo premio per un programma originale, uno dei sei premi più importanti assegnati dalla televisione giapponese, visto che la rete televisiva Asahi aveva trasmesso in diretta due delle cinque date dello show. Ma se Prologue aveva cambiato il concetto di spettacolo su ghiaccio proponendo qualcosa che in precedenza era inimmaginabile, GIFT ha rivoluzionato tutto, perché quella che racconta non è la storia di Hanyū , anche se Hanyū è la mente che ha ideato lo show, la guida della narrazione e il protagonista assoluto, ma la storia di tutti noi.
Il direttore dell’orchestra sale sul palco e si reca alla sua postazione, solo alla fine verrà detto che quella è la Tokyo Philarmonica Orchestra, perché tutto, a partire dalla musica, è stato realizzato ai massimi livelli. Si spengono le luci, e la voce fuori campo di Hanyū parla di felicità, di legami e di sogni. Le parole sono in giapponese, scelta fatta per conservare la voce del protagonista, la sua espressività, anche se nella diretta internazionale, e nell’ormai terminata diffusione su Disney+ era possible attivare i sottotitoli in diverse lingue. Hanyū cita i suoi programmi dicendo che saranno d’aiuto, ed è l’unica volta nell’intero show in cui viene detta la parola programma. Anche se Hanyū è un pattinatore, anzi il pattinatore, l’unico capace di vincere due ori olimpici in oltre mezzo secolo, di rivoluzionare la sua disciplina quando ancora gareggiava e di continuare a farlo anche dopo essersi lasciato le gare alle spalle, questo non è uno spettacolo sul pattinaggio. Il pattinaggio è la forma espressiva di Hanyū , il modo in cui lui comunica le sue emozioni e ciò che gli consente di dialogare con il pubblico, ma nella sua visione i programmi non sono una semplice successione di elementi tecnici ma storie, che si fondono con altre forme espressive fino a creare qualcosa di infinitamente più grande. La narrazione in primo luogo. La voce di Hanyū accompagnerà tutti i video, rendendoli vivi e mostrando i suoi sogni e la sua lotta interiore. I sogni e la lotta interiore di tutti, perché anche se i fan dell’atleta riconoscono ciascuna musica, sanno quando Hanyū ha interpretato uno specifico programma e che risultati ha ottenuto, questa conoscenza dona loro qualcosa in più ma non è realmente necessaria. Tutti sappiamo cosa significhi sognare, sentirsi troppo piccoli, decidere di lottare per cercare di realizzare i nostri sogni, tutti conosciamo delusioni e momenti di gioia. E in tutti noi c’è quella Persona di rivelata da Carl Gustav Jung che funge da ponte fra noi e il mondo che ci circonda. La storia di un singolo individuo viene trasfigurata in modo poetico e resa universale. Perché questo avvenga, Hanyū è attento a ogni dettaglio.
Lo show è basato sulla fusione di parti interpretate dal vivo e video. Dopo la breve introduzione iniziano i giochi di luce e l’orchestra inizia a suonare. È L’uccello di fuoco, fiaba russa trasformata in balletto da Igor Stravinskij che narra dello scontro fra un mago immortale e l’Uccello di Fuoco che rappresenta le forze del bene. Una mappa che mostra i luoghi in cui si sono svolte alcune delle gare più significative di Hanyū seguita dall’espressione del desiderio di crescere e di vivere in un mondo sempre più caloroso che culmina in un ingresso spettacolare. Hanyū è l’uccello di fuoco, la fenice che risorge dalla proprie ceneri.
Basta il primo programma per capire che quello a cui si assisterà non è solo pattinaggio. I gesti di Hanyū che si fondono con i video e con le proiezioni luminose, qualcosa che è possibile solo grazie alle straordinarie doti tecniche dell’atleta e alle altrettanto straordinarie capacità dei Rhyzomatiks, che si pongono al suo servizio espandendo i suoi movimenti o instaurando con lui un dialogo visivo. Il fuoco che improvvisamente circonda la pista di pattinaggio, sfida tecnica incredibile, perché se il ghiaccio si sciogliesse renderebbe impossibile la corretta esecuzione dei programmi, ma che è perfetto per creare l’atmosfera giusta in questo e in alcuni momenti successivi, con il suo divampare legato alle battute musicali. La pista che di volta in volta sembra trasformarsi in una superficie liquida, aprirsi verso la natura o diventare un foglio da disegno su cui vengono trasposte le emozioni.
L’uso di uno spazio che non è solo quello della pista perché si espande in alto, nel megaschermo e nel volo dei due uccelli che, completando un cerchio, aprono e chiudono l’opera, ma anche di lato, dove a più riprese il corpo di ballo delle Elevenplay aggiunge profondità alla storia, e nel pubblico, grazie a braccialetti sincronizzati la cui luce enfatizza alcune svolte emotive. La tecnologia, che a sua volta dialoga con Hanyū animando i suoi gesti, moltiplicandolo o spersonalizzandolo a seconda del contesto, spaziando dalla musica classica al mondo dei videogame. I costumi raffinatissimi, che trasformano l’interprete nella creatura che sta interpretando, che sia la fenice iniziale o Haku, il drago protagonista di La città incantata di Hayao Miyazaki che comparirà più avanti. Gli effetti sonori che donano concretezza a ciò che si vede. Le parole dette da Hanyū mentre vengono trasmessi i video che separano i programmi e che allo stesso tempo li collegano. I video stessi, realizzati con stili diversi e capaci di dare suggestioni diverse senza che si perda l’unitarietà di quella storia che si snoda davanti agli occhi dello spettatore e dentro il suo cuore.
La prima parte si conclude con il trauma più grande. Il pattinaggio artistico è una disciplina performativa, e quello che si propone Hanyū , davanti agli occhi di un pubblico enorme, è una sfida prima di tutto a se stesso. Il nucleo centrale dello show è qui, in un programma che neppure lui sa se sarà in grado di completare alla perfezione, e la cui riuscita è fondamentale per non far crollare la storia su se stessa. Perché se i sogni a volte finiscono con l’essere infranti, è possibile cambiare un po’ la prospettiva e trovare un nuovo modo per inseguire i propri sogni. Per continuare a volare, senza essere distrutti dal passato. Ma perché questo avvenga bisogna rischiare. Per pochi minuti scende in pista l’atleta, perché se quello che ha già fatto è di una qualità tale da valere tranquillamente una medaglia olimpica, all’improvviso nello show entra la tensione delle gare. La padronanza narrativa di Hanyū emerge anche in questo, nel coraggio di presentare qualcosa di difficilissimo non all’inizio, quando è riposato, ma dopo tre quarti d’ora di show, come quinto programma, quando ciò che fa ha un senso per la storia, con la piena consapevolezza del prezzo che pagherebbe nel caso in cui commettesse un errore.
Se la prima parte, pur narrando la storia di Hanyū e quella di tutti coloro che lottano nel cammino della vita, ha un tono fantastico, la seconda è più ancorata alla realtà con la vocazione a intrattenere le persone che caratterizza i performer che sfuma nell’alienazione e scava a fondo nella duplicità fra immagine pubblica e Persona e nell’impossibilità di mostrare i proprio volto. Il tutto attraverso vecchi programmi reinterpretati e dotati di un nuovo significato, e programmi nuovi, creati per l’occasione e uniti, oltre che dalla scrittura e dalle interpretazioni di Hanyū , dalla sapiente regia di MIKIKO, capace di fondere forme espressive tanto diverse in un’opera unica. Ad arricchire ulteriormente lo spettacolo sono i brani suonati da una speciale band guidata dal Maestro Satoshi Takebe. I loro talenti confluiscono in una conclusione dalla quale emerge con forza il significato del dono ideato da Hanyū .
Hanyū ha iniziato il suo percorso come atleta, ha lavorato per affinare la sua tecnica giorno dopo giorno, anno dopo anno, ha ottenuto successi straordinari nello sport, fino a trascendere lo sport stesso che gli ha donato la fama. E con GIFT ha creato un’opera d’arte in un genere che ancora non esisteva ma che è degna di stare al fianco delle più grandi narrazioni.
GIFT – PARTE 1
[pubblicata il 5 marzo 2023 su https://sportlandiamartina.link/2023/03/05/gift-prima-parte/]
NdA: gli orizuru (origami a forma di gru) nelle foto sono stati realizzati con stampe fotografiche dei costumi originali utilizzati in GIFT. Le citazioni poste in evidenza sono tratte dalla traduzione ufficiale dei brani recitati da Hanyū .
Per gli spettatori GIFT è nato l’ultimo giorno di Prologue. È stata un’esperienza intensa, Prologue, qualcosa che nessuno, prima di Hanyū Yuzuru, aveva mai immaginato. Uno show di pattinaggio con un unico pattinatore? Come avrebbe fatto a reggere a livello fisico per l’intera durata dello show? Si sarebbe cambiato? Ci sarebbe stato qualcosa a collegare le varie parti? E, se ci fossero stati video, il pubblico non si sarebbe annoiato? I dubbi erano tanti. Prologue li ha spazzati via con un pattinaggio di altissimo livello in ogni momento. Alla fine Hanyū era esausto, ma il numero complessivo di quadrupli e tripli (e trottole, e sequenze di passi, che sono stancanti) è alto, molto più alto del numero di salti normalmente eseguiti in una gara. Un impegno mentale ed emotivo notevole, perché in pochi minuti è passato da un programma all’altro, da un’interpretazione all’altra, e con una parte della mente focalizzata sull’andamento complessivo dello show e non sulla singola cosa che stava facendo. Si è affidato a professionisti bravi nei loro rispettivi campi, MIKIKO, i Rhizomatiks, Kōki Nakamura che ha suonato lo shamisen per Change, ma il progetto generale era suo, e tutto ruotava intorno a lui.

In Prologue Hanyū ha narrato la sua storia iniziando dall’addio alle gare, non al pattinaggio, e poi è tornato indietro, alle prime competizioni. Ha narrato la sua storia attraverso programmi memorabili, alcuni pattinati sul posto, altri mostrati nei video. Gli allenamenti, le gare, i momenti belli come quelli dolorosi, il terremoto, la stagione 2013-14, con i trionfi di Sochi e Saitama, ma anche, alla fine, in Sasanqua, i secondi posti che aveva ottenuto in autunno, prima dei trionfi, e poi i salti, il quadruplo loop, PyeongChang, i suoi sogni, gli infortuni, il quadruplo salchow e il quadruplo axel, fino a Haru yo, koi, l’ultimo programma che ha interpretato su una pista di gara. Prologue è incentrato sulle gare, ed è una storia magnifica. Al di là dell’impegno fisico, nessun altro avrebbe potuto ideare una storia del genere e portarla avanti. Perché la storia abbia senso, deve risuonare con il pubblico. Le lotte devono essere reali. Il percorso deve essere importante. E chi narra la storia deve avere una presenza scenica tale da catturare tutti con ciò che sta facendo. Il lavoro di MIKIKO e dei Rhizomatiks, per quanto straordinario, non avrebbe avuto lo stesso effetto se fosse stato accostato a programmi vuoti.
Prologue ci ha detto che era possibile fare uno show di un’ora e mezza da solo, con una storia a collegare i programmi, pattinaggio dal vivo, video, musica e luci. GIFT dura di più, l’impegno fisico richiesto è maggiore. Il Tokyo Dome non è la Pia Arena di Yokohama né Flat Hachinohe. A Yokohama gli spettatori erano stati 7.900, per due giorni di fila, con diretta nei cinema e nei teatri e in televisione il secondo giorno. A Hachinohe gli spettatori erano stati 3.000, in tre giorni diversi, anche in questo caso con diretta in cinema e teatri e in televisione. Il Tokyo Dome, come capienza massima, può ospitare 55.000 spettatori, anche se poi abbiamo saputo che, viste le dimensioni della pista (Hanyū ha voluto la pista olimpica, 30×60 metri) e di tutto quello che c’era intorno, gli spettatori che hanno potuto assistere allo spettacolo dal vivo sono stati 35.000. Più 30.000 persone nei cinema e nei teatri. Più i giapponesi che hanno visto lo spettacolo in televisione su Disney+. Più il resto del mondo che lo ha guardato su GlobeCoding. Tutto è più grande. Tutto viene magnificato. E se si fallisce, il fiasco può essere colossale.

Le emozioni provate con GIFT sono intensissime. Queste sono considerazioni personali, di una fan che ha guardato lo show con aspettative alte ma anche tante incognite. Non avevo idea di cosa avrei visto. La presenza di MIKIKO e dei Rhizomatiks in Prologue mi aveva dato un’idea del tipo di lavoro che sono in grado di fare, ma GIFT non poteva essere una mera riproposizione di Prologue, non avrebbe avuto senso.
La prima cosa che abbiamo visto sono state quelle due mani enormi, al fianco del megaschermo, e lo spazio per due orchestre. Alla fine abbiamo saputo che a suonare erano state la Tokyo Philharmonic Orchestra e una seconda orchestra diretta da Satoshi Takebe. Artisti, nei rispettivi campi.
Le prime parole che abbiamo sentito sono state quelle del breve video di presentazione caricato sul sito ufficiale. Are you happy there? Do you have a connection with someone? Un’anticipazione. Hanyū si diverte a giocare con noi, per il sito ufficiale ha usato una sua fotografia che lo ritrae con il costume di The Final Time Traveler, programma di esibizione della stagione 2014-15, e ne ha caricata una nuova interpretazione sul suo canale YouTube, indicando che era un programma “for GIFT“, ma in GIFT di The Final Time Traveler non c’è traccia. O forse sì? Nello spirito? Il brano è stato scritto da Hideki Sakamoto per il videogioco di Jiro Ishii Time Travelers. Ishii stava lavorando a un progetto con il quale voleva riportare l’attenzione sul terremoto di Kobe del 1995, che stava sparendo dalla memoria collettiva, quando si è verificato il terremoto del Tōhoku. Superati i dubbi iniziali sull’opportunità di andare avanti, ha completato un gioco nel quale è fondamentale il ricordo del passato, che rischia di essere cancellato da un cataclisma che ha tolto la vita a numerosissime persone.
Il ricordo del passato. La memoria. Un trauma, e la capacità di superarlo per andare avanti. Ma questi pensieri sono arrivati dopo. È difficile separare ciò che ho vissuto in quel momento da ciò che ho elaborato dopo. E, da fan, è inevitabile che io proietti in ciò che ho visto tutto ciò che so. Forse qualcuno che non è un fan non si ritrova, certamente ognuno di noi ha la sua esperienza personale. Per me, ciò che so si è sovrapposto a ciò che ho visto e sentito, e al mio vissuto personale.
Is your heart broken?
Quanto è difficile fare questa domanda? Rischia di sembrare solo vuota retorica. Avrebbe potuto esserlo, se dopo non ci fosse stato tutto quello che c’è stato.
La prima musica, dopo alcuni colpi di tamburo e alcuni giochi di luce che ci aiutano a calarci nell’atmosfera, è quella di L’uccello di fuoco (qui The Firebird) di Igor Stravinskij, una delle musiche più usate nel pattinaggio. È stata usata anche da Hanyū , come programma libero della stagione 2007-08, la sua ultima stagione novice. Con quel programma ha vinto tutti i suoi liberi. Non tutte le gare, al Campionato nazionale junior si è classificato terzo, un risultato straordinario per la sua età (era settimo dopo il programma corto, ha vinto il libero, diventando il pattinatore più giovane a salire sul podio in quella gara).
Musica epica dunque, con una breve introduzione in cui abbiamo visto alcune foto e ci sono state ricordate alcune gare. In Prologue avevamo visto parecchi video di gara, stavolta le immagini delle gare sono quasi del tutto assenti. I pochissimi video di gara sono brevi e dedicati a quando è un bambino, o si vedono di sfuggita, con un’inquadratura laterale, i colori smorzati. Suppongo che l’idea fosse di differenziare il più possibile i due show, ma non solo. Hanyū è un pattinatore, lo sappiamo. Eppure GIFT non parla di pattinaggio. In tutto lo show, Hanyū non ha mai parlato di gare, di sport, di pattinaggio, di pista. Sono cose che vediamo, che sappiamo, ma lui non ne ha parlato. Prologue è la storia di un atleta. GIFT è la storia di una persona. Prologue è la storia di Hanyū Yuzuru-senshu, GIFT è la storia di un bambino, e poi un uomo, che insegue un sogno, ed è la mia storia, la storia di tutti gli spettatori. Il pattinaggio lo vediamo, perché Hanyū è un pattinatore, e conoscendo la sua storia siamo in grado di unire i puntini, sentire anche quello che non dice, ma proprio perché non dice tante cose, ci caliamo in lui. Completamente.
Hanyū compare sul megaschermo, seduto su una sedia, al buio, con solo una luce a illuminarlo e inquadratura dall’alto, qualcosa che ritroveremo più avanti. La sua storia inizia in modo semplice, come iniziano tutte le storie, con la scoperta del mondo, e il desiderio di trasformarsi in ciò che ama. Anche se è piccolo, anche se ci sono limiti a quello che è in grado di fare, il futuro è lì che lo aspetta, insieme ai suoi sogni.
L’entrata in scena è spettacolare, con una piattaforma che lo porta in alto, in centro al megaschermo, e quelle ali di fuoco che sono un’espansione delle sue ali. Il calore dei sentimenti, della gioia di ciò che si ama. Bisogna essere sicuri di sé per potersi permettere un ingresso come questo, perché il rischio di essere sopraffatti, o di scadere nel pacchiano, è alto. Ma, quanto tutto funziona alla perfezione, come in questo caso, l’apertura è epica. E insieme all’uccello di fuoco della fiaba russa, con la lotta fra il bene e il male, percepiamo che colui che si trova di fronte a noi è una fenice, capace di rigenerarsi, di rinascere dalle sue ceneri per annunciare l’arrivo di una nuova era.

La musica incalzante, i fuochi intorno alla pista, lo sbattere delle ali maestoso, un gesto molto diverso da quelli molto più dolci del cigno che incontreremo più avanti, una layback ina bauer immensa, una trottola che, con quel costume, diventa magica… tutto è perfetto. Siamo già nella storia, con Hanyū che si ferma, con le ali spalancate, per dare un attimo di respiro, immobile prima di una nuova partenza.
I could do more things.
Sentiamo un orologio in sottofondo, il tempo che passa, così come un orologio era la porta di Prologue. Hanyū non dimentica ciò che ha fatto, anche se lo rivive e lo trasforma. E rivediamo L’uccello di fuoco nel ricordo del passato. Dall’Hanyū tredicenne passiamo all’Hanyū ventottenne. È sempre lui, più grande, con un costume più bello, con lo stesso sogno.
It will surely come true, eventually.
La luce, con quell’ombra lunghissima che gira intorno a lui, e la dichiarazione di determinazione. Il sogno che si avvererà di sicuro, perché lui non è disposto ad accettare nulla di diverso, perché non gli piace fallire. Quando è stata l’ultima volta che ci siamo sentiti invincibili? Che siamo stati sicuri che i nostri sogni si sarebbero avverati?
La nascita, il sogno, la natura. Credo che un occidentale non possa davvero capire cosa provi un giapponese per la natura. Non so, penso all’hanami. A Hana ni nare, con il desiderio di essere un fiore. Al Kojiki, con la creazione del mondo, usato da Shae-Lynn Bourne per realizzare la coreografia di Origin. Alla scelta di eseguire la combinazione triplo axel-doppio toe loop, la combinazione “leggera”, un salto staccato dal filo seguito da un doppio, ingentilito dall’essere eseguito con le braccia alzate, e poi un altro salto staccato dal filo, un triplo loop, in Ten to chi to, perché in quel momento la musica faceva percepire a Hanyū un vento gentile, e lui voleva trasmettere questa sensazione. Al fatto che Hanyū , nel periodo in cui ha realizzato Hope and Legacy, ha studiato bioetica, e dopo Helsinki ha parlato della sensazione di immersione nella natura che ha provato mentre pattinava. Hope and legacy, un programma chiamato non con il nome del brano musicale, ma con un nome ideato di proposito, perché anche le parole sono importanti, e quel programma, speranza ed eredità per il futuro, è Hanyū stesso.
When night comes, everyone can see me. There’s nothing though about it. Because this is me.
Questo sono io. Questo è ciò che sono. Non fa male, perché anche le nostre ferite hanno costruito la nostra identità. Quanta forza ci vuole per dirlo? Le difficoltà, sue, di tutti noi, si susseguono continuamente.
I wanted to become strong and impressive like the moon. There were many times afterward that were though and sad and made me want to quit, but I kept trying. But there’s still so much I can’t do. I should’ve known. But I’m going to keep trying. I will succeed. It was like being stuck forever in a dark tunnel. But there were several places where the light entered. Morning gave way to night, and again to morning and soon night again. Every day was like that. When I traveled through that tunnel, I was alone. But that was a good thing. I have something to cherish! It was a flash of a dream. It’s what’s important to me. I clung tightly to it and continued forward. Ceaselessly onward. Onward, onward! I ran and ran forward with all my strength. Before I knew it, all I had left was what I cherish.
Is that lonesome?
No, it’s fun! (Yes, it’s lonesome.)
That’s right! It’s fun! Always cherish what you don’t want to lose. Clasp it tightly and never let go. Because you have a dream you want to achieve! Because that’s impressive! And that’s me!
Me. Speranza ed eredità.

Non poteva esserci un altro brano, non dopo quest’introduzione. Alla fine il calcolo dirà che Hanyū ha interpretato dodici programmi, o parti di programmi. Sette sono programmi di gara, tre programmi corti e quattro liberi. Due sono gala. Uno è un programma che abbiamo visto per la prima volta in Prologue. Gli altri due sono stati realizzati appositamente per GIFT. Programmi scollegati, nati fra il 2007 e il 2021, con lo scopo di fargli vincere le gare. Ma per Hanyū i programmi non sono mai una successione di elementi tecnici e basta, e quando un programma va in profondità, è possibile calarsi nella sua storia. Costruire una storia con lui.
Sull’immagine del cielo e del mare (il mare è sulla pista) partono le prime note, e chi conosce la carriera di Hanyū è immediatamente nella storia. Il programma più grande mai pattinato in una competizione internazionale. Ci sono stati programmi con più quadrupli, nessuno completato con la stessa perfezione dal primo all’ultimo istante. Un solo libero ha raggiunto questo livello, con lo stesso contenuto tecnico, tre anni e mezzo più tardi, in un campionato nazionale giapponese. Ma anche chi non ha questi ricordi non può non entrare nella storia. Le note di Joe Hisaishi sono meravigliose. Sorge la luna. E Hanyū torna in pista, sopra e sotto la luna, e scivola sulle onde per la sua sequenza di passi. Non poteva interpretare tutti i programmi per intero, già così quello che ha fatto ha dell’incredibile, la sua condizione atletica è eccezionale. In questo caso i salti sono solo due, il triplo flip posto alla fine della sequenza di passi e il triplo lutz che chiude il programma. Di mezzo Hanyū crea il mondo con i suoi gesti, assistito dai video e dalle proiezioni. Lo vediamo che traccia segni con le sue lame, e anche quelle curve sono arte. Lo vediamo far sorgere il sole con un gesto, e immergersi nella natura. Lo vediamo fluire, perché la vita e il mondo sono un continuo divenire. Lo vediamo circondato di stelle, numerose come numerosi sono i sogni. Lo vediamo donare ciò che ha dentro di sé. Hope and Legacy.
Sole e luna tornano, ai lati del megaschermo, per un altro video con monologo. Abbiamo avuto il momento più glorioso, con un programma che ha annichilito tutto ciò che chiunque altro aveva fatto fino a quel momento. Ora sappiamo che solo lui stesso, in una singola occasione, sarebbe tornato a quel livello. Ma quando si arriva al vertice non si può che cadere, e la caduta è molto dolorosa, proprio perché si è in alto. La qualità è quella dei vecchi film in super 8, immagini sfilacciate, piene di disturbi, monocromatiche, e una sofferenza che si spande fino a cancellare tutto.
Everything around me suddenly crumbled. I was simply too scared to do a thing. All the blades of grass and flowers disappeared. At some point, the sun had gone away. The moon was gone, too. Utter darkness.
Why?… I don’t know what happened. It was so shiny before. There were so many lives!
Why? Why?… Why?…
I was growing along with all that I cherish. I only chose that which is important, and yet…
Where did they go? Why did they go away? I cherished them so… Why?
I don’t like being alone. I didn’t think I would be lonely. I didn’t think I would be sad. I didn’t think being alone would be scary.
Tears spilled out again. The tears I’d been hiding all this time.
E le lacrime cadono sulla pista fino a cancellarla, fino a cancellare tutto. Il modo in cui le immagini, la musica e le proiezioni di luce si sposano è perfetto. L’impatto emotivo è fortissimo. Quante volte abbiamo nascosto le lacrime? Quante volte ci siamo sentiti annientare? Come si fa, da un momento epico come Hope and Legacy, a passare dalla disperazione assoluta? Perché? Perché avvengono queste cose?
Qual è l’essenza dell’arte? Perché le opere più grandi ci toccano in modo così profondo? Io posso raccontare ciò che ho visto, come è costruito lo show, ma le emozioni… ciò che so è che durante la visione, la prima come la sesta, c’era qualcosa dentro di me, una sofferenza che riconoscevo come vera, un bisogno che era il suo e allo stesso tempo il mio. Abbiamo sogni diversi, abbiamo seguito percorsi diversi, ma perché?
Perché? Perché? Perché?
Quanto un’esperienza è così intensa da prosciugarti, da ribaltarti come un calzino, da farti gioire, scendere nell’abisso più profondo e poi riportarti in alto, è molto di più di un semplice spettacolo, o di un semplice evento sportivo. Sì, tecnicamente parlando non è un evento sportivo, perché GIFT non è una gara, non ci sono punteggi, non ci sono risultati. Però Hanyū è diventato famoso praticando uno sport, e l’aspetto sportivo non sarà mai totalmente separato da lui, anche perché per lui è importante conservare un contenuto tecnico elevatissimo. Il più elevato in assoluto, evidente nella complessità tecnica di questo show, ma anche di un programma con cinque quadrupli, pattinato sulla sua pista e offerto in dono a tutti. Commentando con altre persone che hanno assistito allo show, ci è capitato di dire che abbiamo fatto una seduta di psicoterapia di gruppo. La profondità delle emozioni provate, l’intensità di ciò che GIFT ha suscitato dentro di noi, sono stati catartici. Cosa è davvero importante per noi? Per me?
Hanyū è tornato in pista con un programma nuovo, One Summer’s Day, coreografato da David Wilson sulla musica di La città incantata di Hayao Miyazaki. Un mondo magico e pericoloso, abitato da yōkai, pieno di sorprese e di imprevisti, nel quale è difficile conservare la propria identità. Hanyū è Haku, il drago bianco che ha smarrito se stesso, ma che non esista a combattere per gli altri. E, anche stavolta, tutto è perfetto, dal costume bianco traslucido e fluttuante che ricorda Haku ai movimenti fluidi del suo volo libero. Niente salti, al di là di un paio di salti coreografici, una sola trottola, luci blu, il colore della profondità di quel mare su cui Hanyū pattina, della spiritualità e del mistero, ma anche della malinconia. Il pattinaggio non è solo salti, non è solo elementi tecnici con un preciso valore base. Lo abbiamo visto nelle gare, non sempre chi ottiene il punteggio più alto è colui che è capace di comunicare con chi lo sta osservando. E la morbidezza di questa pattinata vale molto più di un salto quadruplo.

Le Elevenplay, comparse in One Summer’s Day, ora diventano protagoniste. GIFT non sarebbe stato altrettanto perfetto senza il loro contributo, senza la commistione di così tanti talenti che hanno costruito insieme una storia straordinaria. Hanyū ci parla della luce delle stelle, nel cielo, e il ricordo di quel cielo stellato che lui e gli altri abitanti del Tōhoku hanno visto dopo il terremoto è immediato. Ne hanno parlato tutti, e chi ha visto un cielo come quello non lo può dimenticare.
There is something that you and only you can do. I want to see that.
Il numero è giocato sulla luce. Il tempo scorre, i giorni e le notti si susseguono.
The path you’ve chosen is very difficult. But I know that I can’t stop walking. Even if you’re a headwind, you’re kind. Even if it’s challenging now, you will make the cold day warm. You will make the hot day cool. Is that who you are? The wind blew strongly and it seemed to smile. That’s why I’m not scared. I choose to go into the strong wind. That wind spoke to me.
Keep coming this way. Your dream will come true.
Se andremo avanti, i nostri sogni si avvereranno. Quante volte ce lo diciamo? E quante volte riusciamo a trasformare i nostri sogni in realtà? La transizione fra un passaggio e l’altro è talmente fluida da far sembrare che sia questa la naturale dimensione della narrazione. Non è normale che il ballo si trasformi in luce, che dalla luce emerga Hanyū , che i gesti di Hanyū , sullo schermo, creino il mondo, e che dallo schermo emerga lui, in carne e ossa, per riproporre un programma epico? No? Non è questo il pattinaggio? No, solitamente non lo è. Nessuno, in precedenza, aveva mai immaginato di poter fare una cosa simile. Eppure, ora che lo abbiamo visto, sembra la cosa più normale del mondo, non perché semplice, ma perché organica. Viva. La mano che si chiude, un dito dopo l’altro, in un gesto semplice e perfetto, le luci che si muovono formando un cerchio sulla pista, un cielo stellato sul megaschermo, e poi una massa indefinita, una nuvola, una galassia, un’esplosione di luce che diventa uomo. Che diventa Hanyū , mentre le prime note della Ballata n. 1 di Chopin risuonano nell’aria.
Molti pattinatori hanno un programma iconico, che li rappresenta. Si pensa a quel pattinatore, e la mente corre subito a uno specifico programma. Per Hanyū questo non è vero, perché i programmi iconici sono tanti. È la sua intera carriera a essere iconica. La ballata, insieme a Parisienne Walkways, è il programma con cui ha stabilito più record del mondo, quattro. Diventano sei, se consideriamo che in due occasioni questo programma ha contribuito a fargli stabilire il record del mondo nel totale. Due di quei record del mondo, uno nel programma corto e uno nel totale, sono storici, fissati per sempre. E in altre due occasioni, pur senza record, Hanyū ha interpretato la ballata in modo perfetto. È stato con la Ballata che ha posto le basi per il secondo oro olimpico, e per la conquista del Super Slam. Non che questi pensieri vengano in mente durante lo show, ma sono lì, nel subconscio. Sentiamo le note, e ne siamo avvolti. Siamo travolti dalle emozioni. Come con la madeleine di Proust, non serve altro. Quando, in passato, mi è capitato di leggere articoli in inglese che criticavano la scelta di Hanyū di interpretare nuovamente programmi del passato, etichettandoli come mere ripetizioni, e ritenendoli qualcosa di stantio, da buttare via… questo significa non capire nulla. Mi spiace per loro, che si perdono la profondità. C’è una parte della cultura occidentale legata alla novità, all’usa e getta, che svilisce tutto quanto, che impedisce la crescita, la maturazione, la stagionatura, che non sa guardare all’essenza delle cose. La ritroveremo questa cultura in GIFT, più avanti, anche se alla prima visione non lo potevo sapere. Le note di Chopin sono la radice delle cose, la nostra essenza, sono l’accudimento amorevole per togliere tutte le imperfezioni. Sono un sogno che diventa realtà.
La prima parte del programma si svolge sullo schermo. Hanyū indossa un paio di scarpe da ginnastica e balla, all’interno di un locale buio, che non vediamo. Quello che vediamo è che dai suoi gesti si creano sbuffi di luce, nuvole, pulviscoli che si diffondono nello spazio. Abbiamo detto tante volte che Hanyū sembra creare le note con i suoi gesti. Ora ne abbiamo una rappresentazione visiva. Chiunque abbia avuto l’idea, è un genio.

La transizione dall’Hanyū sullo schermo a quello sulla pista è naturale, senza soluzione di continuità. Seamless. L’esecuzione, perfetta.
Chopin è stato uno dei vertici. Dopo, c’è la discesa nell’abisso. C’è la sensazione di affogare, di finire al fondo e non poter respirare più. Non poter sognare più.
Nobody else will achieve your dream for you. All along, you’ve chosen who to be.
Il percorso di Hanyū è riassunto in uno storyboard realizzato da Kyotaro Hayashi. Avrebbe potuto scegliere di usare video delle gare, ha preferito una rappresentazione dal tono fiabesco. Riconosciamo alcuni costumi, alcune posizioni, alcune gare. Vediamo Hanyū crescere, accompagnato dalle note di Otoñal. È il primo programma che ha interpretato dopo il secondo oro olimpico. Era arrivato al vertice, ha scelto un programma introspettivo, con cui riguardare alla carriera passata per prendere slancio verso il futuro. Le cose non sono andate come si aspettava. Come tutti noi ci aspettavamo.

You’ve fought a lot. You’ve done many disagreeable things. You’ve had much patience. You’ve cried heavily, with much regret. Every day has been your choice.
When did this hurt happen? It has fully formed a scab. But it’s not healing. You’ve been waiting the whole time.
I’ts okay. My dream has come true. I’ve become strong thanks to you.
It’s time to heal.
È tempo di guarire. Siamo capaci di dirlo? Il primo passo, difficilissimo, è riconoscere che c’è un problema. Che qualcosa ci ha ferito, ma che noi siamo sempre noi, e che possiamo volerci bene lo stesso. Che è importante volerci bene. Ci sono ferite che non guariscono. Che rimangono lì, nascoste. Sembra tutto normale, e invece abbiamo fatto uno slittamento laterale. Ci siamo dissociati. È tutto ok. Daijobu. 大丈夫。大丈夫。Hanyū lo dice all’inizio, due volte. Ma è davvero tutto ok?
La data che vediamo comparire, 10 febbraio 2022 è quella del libero olimpico. Quel giorno Hanyū ha smesso di essere il campione olimpico in carica. Quel giorno non ha vinto una medaglia, ed era dal dicembre del 2014 che era sempre salito sul podio in tutte le gare a cui aveva partecipato. Sette anni al vertice, ma in realtà, al di là di un incidente di percorso che lo ha relegato al quarto posto in una gara di Grand Prix, lui al vertice c’era arrivato anche prima. Molti pattinatori hanno carriere più corte, e il periodo di successi spesso dura ancora meno. Quel giorno Hanyū è caduto due volte, altra cosa che non gli capitava da anni. Quel giorno, nonostante tutto, è definitivamente entrato nella leggenda, spinto in alto dalla determinazione con cui ha eseguito lo stacco del quadruplo axel. Le cose non sono andate come avrebbe voluto, come tutti avremmo voluto. Non sempre i sogni si avverano. Hanyū è caduto, il salto, pur se riconosciuto come quadruplo axel, è stato giudicato sottoruotato. La fine di un sogno?
Hanyū ha parlato, nei giorni successivi, degli sforzi compiuti invano, ed è stato doloroso ascoltarlo, perché sappiamo cosa ha sempre detto degli sforzi. Dell’andare avanti, anche se non sempre si viene ripagati. Quel giorno è stato la fine di tutto? Non è stato ripagato, non nel risultato. Quante volte ci siamo impegnati con tutte le nostre forze, e le cose sono ugualmente finite male? E non sempre c’è la possibilità di rimediare, di provare un’altra volta.
Il quadruplo axel era un rischio enorme, lo sapevamo. Era anche il desiderio di andare oltre le possibilità umane, di inseguire un sogno nonostante il rischio della caduta. È stato la conferma che Hanyū è oltre i calcoli, oltre le gare, oltre una concezione della vita limitata dalle nostre paure e dai nostri interessi. Quel salto è stato una dimostrazione di fiducia enorme nella forza del sogno e nelle nostre potenzialità. Non per nulla il montaggio di Prologue ci ha fatto vedere lo stacco, la fase di volo, e si è fermato prima dell’atterraggio.
La gara era iniziata due giorni prima, con il programma corto. Un programma corto bellissimo e doloroso. Il programma corto più difficile mai realizzato da chiunque, perché le difficoltà non sono date solo dai salti. Sì, tre pattinatori avevano inserito nel layout salti più difficili, altri sei avevano previsto le sue stesse difficoltà, ma la difficoltà non è data solo dal numero di rotazioni o dal tipo dei salti. Hanyū è stato l’unico a eseguire solo sei passi incrociati, e questo quando, secondo John Misha Petkevich, un programma senza incrociati è “virtually unthinkable“. Gli incrociati di Yuma Kagiyama sono 11, quelli di Nathan Chen 15, quelli di Shoma Uno 18. Junhwan Cha ne fa 8, non molti più di Hanyū , ma nel suo programma c’è un solo quadruplo. Jason Brown, senza quadrupli, ne fa 16. E non sono solo gli incrociati. Esistono vari tipi di passi usati esclusivamente per prendere velocità. Il totale va dai 40 di Cha ai 45 di Uno e Kagiyama. Hanyū ne fa 23. Introduction and Rondo Capriccioso è il programma corto più difficile mai proposto da chiunque. Solo che le cose non sono andate come lui aveva sognato, come tutti avremmo voluto. Un buco nel ghiaccio, nel momento in cui Hanyū avrebbe dovuto eseguire il quadruplo salchow, ha trasformato il salto in un singolo.
Nel momento in cui Hanyū è atterrato da quel salchow, ha dimostrato una forza incredibile. Ha eseguito la sua luna esterna come se non fosse successo nulla di strano, come se quel volo ampio, con una sola rotazione, fosse stato esattamente ciò che intendeva fare. Chi non conosce il pattinaggio non ha notato nulla di strano. Non ha visto nessun errore. Un errore in realtà c’è stato, piccolo. Uno slittamento laterale all’atterraggio del salto d’ingresso della trottola saltata. Nulla di grave, in un programma straordinario. Macchiato dalla sfortuna, da un’assenza che nel punteggio finale ha avuto un effetto devastante. Anche le assenze pesano, e possono finire con il definirci. Con il dare origine a cicatrici che non vogliono guarire.
Hanyū aveva già posto del balsamo su quella ferita, quando aveva interpretato il programma in modo perfetto per l’evento benefico 24-hour TV. In quell’occasione però c’era una sola spettatrice, al di là della troupe televisiva, e il pubblico ha visto il programma in differita. Non è la stessa cosa. Non potrà mai essere la stessa cosa. Anche ora. I Giochi olimpici non sono paragonabili a nient’altro, anche se GIFT ha avuto più spettatori rispetto a quelli delle gare olimpiche. Ma se non sempre è possibile realizzare i nostri sogni così come li avevamo sognati, a volte possiamo adattarci, e fare in modo che i sogni non muoiano. Che le ferite vengano lenite da un balsamo, dalla consapevolezza che il mondo può non essere giusto, può ferirci, ma che noi possiamo ugualmente andare avanti. Per questo, per quanto possibile, Hanyū ha ricreato l’atmosfera olimpica, con il tempo che dal 10 febbraio 2022 è corso avanti, fino al 26 febbraio 2023.
“You have six minutes for your warm up”

Prologue era iniziato con i sei minuti di warm up. Ci aveva colti di sorpresa, ma lo avevamo trovato adeguato allo show. L’ultima volta che lo avevamo visto pattinare dal vivo Hanyū era ancora un agonista. Era in Fantasy on Ice, uno show, ma gli show fanno parte della normalità, sono l’intervallo fra una stagione e l’altra. E le gare iniziano con il warm up. Perciò quel momento era appropriato, una cerniera fra il passato e il presente.
Con GIFT avviato da un pezzo, nessuno si aspettava più il warm up, e invece.
“He’s a two time Olympic gold medalist and two time world champion. He’s also won at the Four Continents, the ISU Grand Prix final, the World Junior Championship and the ISU Junior Grand Prix Final, to become the first male single skater ever to complete a Super Slam of major competitions. From Japan, Yuzuru Hanyū.”
Luci da gara. La presentazione in inglese, come a Pechino. Niente sconti. Se si vuole superare un trauma, non è possibile cercare scorciatoie. Quando tutto ci crolla addosso, possiamo rimanere schiacciati oppure lottare, cambiare i nostri sogni e trovare un nuovo modo per andare avanti. Hanyū non potrà mai atterrare quel quadruplo salchow nel programma corto olimpico. Aveva bisogno di atterrarlo in GIFT.
Alcuni gesti sono caratteristici, li conosciamo. I paralame accostati al viso, per ringraziarli di aver protetto i suoi pattini e dirgli che sta entrando in pista. Il saluto al ghiaccio, la speranza che dal loro incontro possa nascere qualcosa di straordinario. Un minuscolo inciampo all’inizio, qualcosa di imprevisto che ci ricorda che gli imprevisti possono capitare, e che possono essere disastrosi. E poi i discorsi fra sé e sé, un triplo loop di prova, per scaldarsi, una musica incalzante di sottofondo che se ha fatto crescere la tensione in me, non so che effetto possa aver fatto a lui, axel singolo intenzionale, con il controllo dei salti che è diventato il mio modo per cercare di aggrapparmi a qualcosa. Anche ammirando la curva tracciata dalla lama. Ecco la rincorsa del quadruplo toe loop, il salto arriva, arriva, ginocchio lievemente piegato, euler-triplo salchow, qualcosa che nel programma corto non può fare, che non ha senso provare, non ora, ma che lui usa per immagazzinare nel suo animo la sensazione di aver completato un salto quadruplo, e un salchow, in un unico elemento. Ecco la parte analitica di me che sopraggiunge, che cerca di aggrapparsi a qualcosa, di razionalizzare, per evitare che il cuore esploda. Perché se avesse sbagliato uno dei salti della Ballata di Chopin sarebbe stato un peccato, tutti vogliamo vedere programmi senza errori, ma quello sarebbe stato un incidente di percorso. Un errore in Rondò avrebbe distrutto la storia, e lo sapevamo tutti. Lo show, due ore e mezza più il rifacimento della pista, oltre quaranta minuti di pattinaggio, era legato al successo di questo programma. Non che non fosse importante anche il resto, ma per affermare che si può guarire dalle ferite bisogna fare in modo che le ferite possano guarire, non infliggerne di nuove.
Via la giacca, rivelazione del costume. Lo avevamo intravisto, sapevamo che costume era, ma come sempre il momento è stato accolto con un boato. Certe tradizioni si mantengono. La bottiglia, quanto basta per bagnarsi le labbra. Di nuovo la rincorsa. Quadruplo toe loop-triplo toe loop. Ne ho visti di più fluidi da parte sua, ma va bene così. È comunque da +5. Ormai i bullet mi sono entrati in testa. L’orchestra non c’è, è uscita, quella che sentiremo è l’interpretazione che Shinya Kiyozuka ha registrato per lui. Luna esterna, mohawk, tre di valzer, mohawk, sta arrivando. Il salchow è traditore, non per nulla su internet lo chiamiamo scherzosamente snake, serpente. Può rivoltarsi e mordere, sparire in qualsiasi istante, ma quando c’è, nessuno ha mai avuto un quadruplo salchow paragonabile a quello di Hanyū . Stavolta è buono, non perfetto, ma va bene così. Non perfetto perché sono ipercritica, perché lui vuole la perfezione. La mente non può fare a meno di fare calcoli. Alla finale del Grand Prix di Torino 2019, quando Hanyū era sceso in pista, per qualche istante mi ero chiesta se sarei svenuta. Va tutto bene. È tutto ok. Salchow singolo intenzionale, un ultimo controllo. La posizione accosciata, l’ultimo momento di riflessione, di concentrazione, la mano su Pooh. A quanto pare non è ancora tornato in Canada a riprendersi l’altro. È curioso come la mente corra in mille direzioni. Se l’arte è una rappresentazione della vita, qui stiamo vivendo ogni singolo istante. Se con l’arte affrontiamo i nostri demoni, ora i demoni incombono su di noi in tutta la loro terribilità. Se con l’arte scendiamo nel profondo, è arrivato il momento di calarsi nell’abisso, con la speranza di tornare a riveder le stelle.
“On the ice, representing Japan, Yuzuru Hanyū!”

Ce l’ha fatta. Interpretazione perfetta. Il quadruplo salchow è stato quello che solo lui sa fare. Sull’atterraggio del secondo salto della combinazione ha dovuto lottare, ma… +2. Comunque +2. Nell’axel ha scelto di non piegare il braccio, di non fare quel gesto folle e difficilissimo che solo lui poteva pensare di fare, e che abbiamo visto che è in grado di fare. Sulla trottola A finale ha alzato un braccio, perché se ciò che fa non è originale, se non si rende le cose più difficili giusto per vedere se è in grado di farle, perché sono belle, non sarebbe lui. Alla fine si è vista tutta l’intensità delle emozioni. La sofferenza. Nemmeno lui sapeva se sarebbe riuscito a completare il programma. La differenza fra qualcosa come il cinema, in cui tutto viene ripetuto fino a quando non è perfetto, e un’arte performativa, che vive sul momento, davanti agli spettatori, e che può fallire. Arigato. Glielo leggiamo sulle labbra. Aveva già interpretato diversi programmi, c’erano stati un triplo flip e un triplo lutz in Hope and legacy, una combinazione quadruplo toe loop-triplo toe loop e un triplo axel nella Ballata, non ho contato le trottole, o le sequenza coreografiche e di passi. Quando si presenta un programma di gara, lo si fa da riposati, perché si darà il 100%. Lui no, perché nella narrazione Rondò aveva senso qui, non all’inizio. In Prologue era giusto iniziare con SEIMEI, in GIFT si poteva arrivare a Rondò solo dopo aver compiuto un determinato percorso.
Alla fine il suo sorriso è la cosa più bella che ci sia. La gioia di aver superato i suoi demoni. Il sollievo da una sofferenza che lo tormentava da oltre un anno. Nulla potrà cancellare quel buco nel ghiaccio, il punteggio non sarà riscritto. Ma è stato un incidente di percorso, un episodio sfortunato, il destino che ha deciso di mettersi di mezzo. Non mancanza di volontà, mancanza di capacità. Arigato gozaimashita, detto al pubblico e al cielo. E poi un saluto al ghiaccio, in quel punto. Stavolta non ci sono buchi. Stavolta non c’è bisogno di chiedersi perché.
È la fine della prima parte. Hanyū sparisce dietro le quinte per riprendere fiato, con il pugno stretto a mostrare tutta la sua soddisfazione. Il ghiaccio viene rifatto. E noi andiamo in analisi.
GIFT – PARTE 2
[pubblicata l’8 marzo 2023 https://sportlandiamartina.link/2023/03/08/gift-seconda-parte/ ]

Dopo quella discesa nell’abisso, conclusa con il riscatto, che è stata la prima parte di GIFT, era necessaria una pausa. Ne aveva bisogno Hanyū Yuzuru per rifiatare, in fondo ha presentato un programma di gara, e di solito dopo un programma di gara i pattinatori hanno finito il loro lavoro di quel giorno, ne avevamo bisogno noi spettatori. Avevamo finito su una nota alta, il ritorno è esaltante, con l’orchestra che suona Let’s Go Crazy. Un programma storico, perché anche se Hanyū non è mai riuscito a stabilire un record del mondo su questa musica, comprende il primo quadruplo loop della storia del pattinaggio. E Hanyū si è divertito a prenderci in giro. Ma come, chissà che fatica avrà fatto a comprare i diritti per questo brano, e poi non lo pattina?
Hanyū entra in pista quando il brano sta finendo, con indosso la seconda versione del costume di Let Me Entertain You. Un programma nato con lo scopo di sollevare l’animo degli spettatori, di allontanarlo dalle preoccupazioni, magari anche solo per qualche minuto, ma che non ha mai ricevuto il riconoscimento che meritava. Non nei punteggi, e neppure nell’apprezzamento del pubblico perché in quella stagione era presente in misura ridotta e impossibilitato a urlare per esprimere il suo apprezzamento. Limiti cancellati per il Tokyo Dome, ed è giusto così.

Hanyū assume la posizione iniziale nel momento in cui cambia la musica, che il suo senso del tempo sia perfetto non lo scopriamo ora. Solo salti tripli, niente trottole, in fondo lo show è lungo, non può consumare tutte le energie qui, mani per un attimo sul sedere in quel momento
“There’s nothing left for you to fear
Shake your arse come over here
Now scream!”
e lo sguardo rivolto agli spettatori quando arriva la richiesta di urlare. Sì, decisamente sa come far esplodere il pubblico. Le luci, che creano l’atmosfera di un concerto rock, sono perfette. L’anno è il 2023, anche se a un certo punto leggiamo anche 1994, l’anno in cui è nato Hanyū , in cui tutto è cominciato.
Siamo sotto le luci della ribalta, ma le luci della ribalta sono davvero sempre così scintillanti? O non hanno anche loro le loro ombre? Immediatamente dopo la fine del programma, con il pubblico in piedi per una standing ovation, le luci virano al blu e poi si spengono, per essere sostituite da lampi di luce bianca, sottilissimi, improvvisi. Alienanti. L’atmosfera è cambiata. Un’evoluzione da un certo punto di vista naturale, ma se in quel momento di gioia potevamo abbracciarci tutti, perché la svolta che abbiamo preso è stata proprio questa? Il calore si è perso, ora siamo in un mondo elettronico, freddo, con regole precise da rispettare. In molti videogiochi non puoi fare quello che vuoi, devi andare avanti, facendo ciò che il programmatore ha deciso per te. Cercando di sopravvivere. Come un automa.
It’s fun! It’s fun!!!
Is it fun?… It’s fun, right?
It must be fun.
Isn’t it fun?
Aren’t you having fun?
Yes, I’m having fun!
Detto con una voce computerizzata, robotica. Un vero spasso! E quello che vediamo è una sagoma umana realizzata a computer, con la scritta ERROR. Siamo tornati indietro di parecchi anni, io rivedo il tipo di immagini televisive di quando ero bambina, i videogiochi dell’epoca, affascinanti per me, ma anche notevolmente rigidi. Space Invaders. Packman. Presto, presto, prima che i cattivi arrivino, prima che il tempo scada. Prima che…
Il contributo delle Elevenplay allo show è importante tutte le volte che appaiono, qui è fondamentale. La loro giustapposizione, tanti piccoli automi lievemente diversi nei gesti ma identici nella loro rigidità, l’innaturalità, l’impersonalità della musica e delle luci, tutto contribuisce a un senso di straniamento fortissimo, anche perché la voce fredda, metallica, ci ricorda che dovremmo divertirci, vorrebbe imporci il divertimento. A qualsiasi costo.
Do you really think you can do it? Do you think it’s something you can do? You don’t know. Why do you think so?
Because if I can’t, then what’s the point? Because I’m the one who can do it! And if I can’t do it, then I’ll keep trying until I can!
Avanti, sempre avanti. Andare avanti faceva parte del sogno. Fa ancora parte del sogno, giusto? Che distanza c’è fra la convinzione e la realtà? E se la convinzione non riesce a trasformarsi in realtà, la vita continua ad avere un senso?
Siamo tornati nell’abisso. Ci sono le luci, c’è la musica, c’è il divertimento dei giochi. Divertimento? Questo è un grido di dolore straziante. Questa è la solitudine più assoluta, perché è nascosta dietro a una facciata scintillante. Nel monologo ritroviamo molte delle cose dette da Hanyū nelle interviste. Nel contesto delle gare erano dichiarazioni di determinazione, quella determinazione che lo ha sempre spinto avanti. Ma quanta sofferenza c’è nelle sue parole? Quanta, in anni di allenamento, spesso solitari, senza che siano arrivati i risultati per cui aveva lottato? E non per mancanza di lavoro, di talento, di determinazione.
No one needs me. Now I get it. When was it? When I had fun doing what I like? When was it when it had to be more than that? When was it when I stopped liking and enjoying what I do? The struggle became too much and it messed with my head. I don’t want to think about anything. Everything is a distraction. I do more than I can. It never stops. It never ends. I keep doing what I couldn’t before. That’s what I do. I’m always being more than me. Even though I try so hard. Even though I put in everything. How long did it take for me to get this far? How much effort have I put in? Even I don’t know.
Quando Hanyū parla di aver superato l’oscurità, la musica cambia. Ma davvero ha superato l’oscurità, o è solo una facciata? Ha lasciato da parte tutto, perché era una distrazione. Ha continuato a migliorarsi, a superare i suoi limiti, per un tempo infinito, solo per trovarsi davanti un’altra barriera. Davvero si è lasciato l’oscurità alle spalle? La danza continua a essere robotica, e consumare le proprie energie non sembra la cosa più salutare da fare. Non voler ferire nessuno è una bella cosa. Volere che nessuno venga ferito è una bella cosa. Volere che le persone non perdano la speranza è una bella cosa. Ma a che prezzo?
I want to be the ideal me. That’s the reason to become strong. So I can be me. Does anybody understand who I am? Nobody will ever know. Ever!
La conclusione può essere una sola: GAME OVER. Ed è su questa consapevolezza che abbiamo Ashura-chan.

Un altro programma nuovo, questo coreografato da lui. C’è, di sfuggita, Wikipedia che ci ricorda l’importanza del personaggio che vediamo sulla scena. L’importanza del personaggio, non della persona. Sentiamo la musica, vediamo il mixer, gli ologrammi che accompagnano Hanyū , che lo moltiplicano, a volte precedendo i suoi gesti. Un ritmo forsennato, passi complicatissimi, ma anche l’immagine, chiara, di un pupazzo, un burattino i cui fili vengono manovrati dall’alto, e che non ha una volontà propria. Sempre avanti, anche quando le energie non ci sono più, quando tutto ciò che si vorrebbe è fuggire.
Che Hanyū non abbia limitato lo studio a ciò che gli serviva per superare gli esami, lo sapevamo già. Non aveva bisogno di studiare bioetica, lo ha fatto perché ha voluto. Non aveva bisogno di leggere Carl Gustav Jung, ma come possiamo crescere se non ci interroghiamo? La lotta con noi stessi è qualcosa che tutti facciamo, anche se non siamo in grado di esprimerlo a parole, anche se non ce ne rendiamo conto.
I am tired. I’m tired and I can’t move anymore. I don’t want to move at all.
You can do it. Don’t give up.
I already gave it my best shot. I already did my best. I want to rest. I’m tired. Even though I want to rest, my weak heart and strong pride always get in the way.
You’re strong. You can overcome anything. There’s nothing at all to be afraid of.
I’m scared. I can’t do anything. I’m useless and alone.
You’re not alone. Turn around. Everyone’s waiting.
I can’t move. I’m scared. I can’t do anything.
No, I know you. But you want to deliver it, don’t you? You can’t move, but you want to, right?
Torniamo a Saitama 2019. Chi ricorda quella gara, sa come si è svolta, ricorda cosa diceva nel backstage: Losing is losing… Losing has only means disappointments…. I want to train harder… Alcuni mesi più tardi Hanyū ha interpretato Maquerade. Per me Masquerade è sempre stato una pugnalata al cuore, fin dalla prima volta, quando ancora non avevo letto la traduzione delle parole. Ma non è necessario capire le parole di fronte a un’interpretazione così intensa.
Una cosa che mi aveva colpita, all’epoca, era stata la conclusione, con Hanyū che si toglieva il guanto sinistro, mezzo bianco e mezzo nero, e lo scaraventava con forza sul ghiaccio, il riscatto dopo una dura lotta. Quel gesto era lievemente cambiato, show dopo show. Se all’inizio Hanyū era fiero, indomabile, man mano la sua sofferenza era diventa più evidente. La prima volta che aveva lanciato il guanto era eretto, il volto atteggiato in un’espressione di sfida, la dichiarazione che lui era più forte di tutte le avversità. L’ultima era piegato in due, aveva faticato a lanciare il suo guanto, ma aveva trovato ugualmente la forza per farlo, sottolineando che le avversità lo avevano segnato, ma che oltre le avversità era possibile trovare una forza ancora maggiore. Lui ha trovato in sé una forza ancora maggiore, noi ora sappiamo come è andata la stagione successiva. Sappiamo cosa sarebbe successo dopo.

Stavolta non vediamo il programma, sentiamo solo la musica. Una canzone bellissima, un grido di sofferenza straziante.
A warm world… I can’t be this me. I can’t because I’m useless. I have nothing. All I know is what I lack. When I wished for what I lack, what I found was not me.
Ha cercato di soddisfare le aspettative altrui, di adattarsi a qualcosa che non era lui, per cercare di inseguire il suo sogno. Ma, se è importante riconoscere la realtà, le difficoltà che ci pone davanti, e che possono essere insormontabili, che possono pesare ingiustificabilmente su qualcuno, e spianare la strada ad altri, ciò che non si può fare è snaturare la propria essenza. I sogni possono essere adattati alla realtà, si può inseguire un sogno diverso, non si può barare nell’inseguire un sogno, o lasciare indietro ciò che realmente siamo. Altrimenti ci si perde.
La paura e la solitudine fanno parte di noi, così come le sofferenze del cuore e l’orgoglio.
Questo dannatissimo orgoglio.
L’immagine dei due Hanyū che tendono la mano, il primo esitante, il secondo con decisione, è fortissima. La persona sicura di sé va avanti, dritta. La persona insicura, ferita, mira troppo in altro, manca la mano tesa verso di lei, ha i muscoli contratti. Due persone, un unico sogno.
Nel momento di massimo sconforto, a Pechino, Hanyū ha rilasciato alcune dichiarazioni straordinarie. Ha parlato del fatto che lui è stato elogiato, anche se non è riuscito a fare ciò che avrebbe voluto, perché il solo fatto di aver lottato con tutte le sue forze ha donato speranza a tante persone. Ha parlato del fatto che tutti lottano nella loro vita, anche se le lotte della maggior parte delle persone non vengono magnificate dalla stampa, non ricevono nessun riconoscimento. Non per questo sono meno reali, e chi lotta, chi va avanti, deve essere orgoglioso di ciò che fa, anche nel caso di un fallimento. Si è posto sullo stesso piano di chi lo stava ascoltando. Lui ha fallito, tutti possiamo fallire, ed è ugualmente possibile rialzarsi, andare avanti oltre un sogno impossibile da raggiungere, e trovare la felicità. Per arrivarci, per arrivare a questa consapevolezza, ha dovuto vivere. Ha dovuto interrogarsi. Ha dovuto soffrire. Ha dovuto superare la caduta.
La musica diventa quella di Il fantasma dell’Opera. ToshI ha deliberatamente inserito in Masquerade alcuni accodi del Fantasma, e il passaggio da una musica all’altra, da un programma all’altro, è naturale. Entrambi i personaggi celano la loro identità, entrambi sono feriti. Il Fantasma, per Hanyū , è stato un programma difficile. Ha desiderato interpretarlo per anni, ci è riuscito nella stagione peggiore, quella in cui ha avuto problemi fisici in ogni singola gara, a partire dallo scontro in Cina. Anzi, anche prima, visto che ha dovuto rinunciare alla prima gara, ma è stato quell’incidente a segnare la sua stagione, a privarlo del titolo alla Cup of China, a escluderlo dal podio all’NHK Trophy, a fargli perdere il titolo mondiale, a causargli tante sofferenze fisiche. Lo aveva riproposto a Pechino, dopo aver mancato una medaglia olimpica, pattinando solo perché voleva farlo, nei giorni prima del gala, anche se non avrebbe dovuto pattinare perché aveva una caviglia infortunata, inizio di quel percorso di cura del suo animo proseguito attraverso la reinterpretazione dei suoi programmi sulla pista olimpica. Anche attraverso l’esecuzione del quadruplo salchow in Romeo e Giulietta, quando a Sochi non era riuscito ad atterrarlo. Quel salchow che avrebbe potuto tradirlo a Sochi, anche se poi l’errore si era rivelato non così grave, quel salchow che lo aveva sostenuto a PyeongChang, quel salchow che a Pechino, in gara, non aveva voluto saperne di entrare, e che in GIFT, in Rondò, è riuscito alla perfezione.
Hanyū compare sullo schermo, metà volto coperto da una maschera, come Erik. Anche nel programma, nel Fantasma e in Masquerade, Hanyū si copre il volto. Qui fa i gesti iniziali, spalanca le braccia, e con i suoi gesti spalanca la porta verso quel mondo precluso ai più, in cui lui sparisce e da cui lui domina l’Opera, e noi rimaniamo ipnotizzati da quel lampadario che oscilla, oscilla, fino a cadere idealmente sulla pista e ad andare in frantumi, con tanto di rumore dei vetri che si spaccano. Sul megaschermo torna Hanyū /Erik, con un’animazione notevole, resa drammatica dalla musica incalzante, e le mani giganti che per un attimo smettono di essere scollegate dal resto e si fondono con ciò che vediamo sullo schermo. Le mani di un burattinaio, che dall’oscurità controlla tutto.
Sono sempre state davanti ai nostri occhi, abbiamo dedicato loro qualche pensiero, poi le abbiamo accantonate in un angolo per seguire la storia. Se c’è un burattinaio, ci sono anche dei burattini, come è stato Hanyū in Ashura-chan. Eppure noi non siamo dei burattini, non se non lo accettiamo. Ci sono cose che non possiamo fare, ma possiamo lottare. E, con un tempismo ancora una volta perfetto, Hanyū ricompare in pista, e con un gesto manda in frantumi il volto mascherato.

Il quadruplo toe loop, quel quadruplo toe loop che i problemi fisici gli hanno sempre impedito di provare, non è perfetto. Le mani vanno sul ghiaccio, l’errore più grave dell’intero show. Ashura-chan ha consumato le energie di Hanyū , da questo momento tutto ciò che farà, lo farà per pura forza di volontà, come per pura forza di volontà ha pattinato tante volte, ottenendo risultati straordinari, da infortunato. Quella forza di volontà che non gli è mai mancata.
“Let your soul take you where you long to be“
Ho sempre amato l’ingresso nella combinazione 3A+1Eu+3S. Stavolta, con la fiamma che divampa nel momento dell’ultimo atterraggio, l’effetto è ancora maggiore. La combinazione è mozzafiato. Ci vuole coraggio a mettere del fuoco intorno a una pista di pattinaggio, a pensare che il ghiaccio non si scioglierà, quando prima dello show qualcuno aveva sollevato dubbi sul fatto che fosse possibile avere una pista di pattinaggio all’interno di un’arena così grande. Quando ha realizzato i video sulla sua pista, a Sendai, Hanyū ha provato a usare i droni per i filmati, e ha scoperto che era impossibile perché il ghiaccio si scioglieva. Droni, non fiamme vere e vicinissime alla pista in un’arena enorme. Invece no, bisogna fare attenzione a tutti i dettagli, ma è possibile realizzare qualcosa che va al di là del buon senso e delle difficoltà pratiche.
La musica arriva alla sua conclusione, La maschera è tolta. È tolta.
You pretended to completely close off your heart. I feigned strenght and said I didn’t want anyone to understand me.
Ma è qualcosa che non ha più ragione di essere. L’immagine della porta è bellissima. Ne aveva parlato in qualche intervista, e sappiamo che è la citazione di un anime, ma stavolta l’immagine è più dettagliata, con la maniglia rotta, con i segni delle unghie, ma con la voglia di andare avanti. Ciascun video è diverso dall’altro, e ciascuno è perfetto per le parole che lo accompagnano. Sto usando la parola perfetto in continuazione, ma è la più precisa per descrivere ciò che è stato fatto, la narrazione che si è svolta davanti ai nostri occhi, a cui noi abbiamo partecipato. Che noi abbiamo completato, perché se Hanyū ha narrato la sua storia, ciascuno di noi vi ha sovrapposto la propria.
You are not special. I am nothing special. We’re weak and falling apart. Even if we gasp our last breath, the world will move on just fine. Neither you nor I are special. Why? Because each and every person is a life. Each of us sees the world’s colors differently.
Torniamo alle parole di Pechino, alla dichiarazione di determinazione in luglio. Ciò che ha fatto lui è stato magnificato perché lo ha fatto su palcoscenici importanti, perché ha fatto cose che nessun altro ha fatto, ma lui è uno, anche se nel video si moltiplica in tantissime persone. Lui è uno. Io sono uno. Chi mi legge è uno. Ciascuno di noi è diverso. Ciascuno di noi è normale. Ciascuno di noi è speciale. Lui si è abbassato al livello di chi lo stava ascoltando, e si è rialzato innalzando gli altri con sé. Anche se ci sono lacrime, anche queste lacrime siamo noi. Nulla dura per sempre, e arriva un momento in cui dobbiamo lasciare indietro i nostri sogni.
In Prologue avevamo avuto il video di Dreamy Aspiration e poi l’interpretazione di A Fleeting Dream. Il sogno a collegare i due programmi, legati da quel telo in cui Hanyū si avvolge. Dreamy Aspiration finiva con il ghiaccio raccolto dal basso e lanciato in alto, che si trasformava in luce. Stavolta abbiamo avuto un intero show a parlarci del sogno, abbiamo visto la luce e l’abbiamo vista trasformarsi e sparire. Anche i sogni spariscono. Ma, allo stesso tempo, le proiezioni sul ghiaccio, qualcosa d’impalpabile, creano un mondo. Credo che quello che vediamo risuoni in modo diverso per ciascuno di noi. La forza del simbolo risiede anche nel suo essere non perfettamente comprensibile o compiutamente spiegabile. Al di là dell’oscurità, della solitudine, della vastità che ci circonda e che ci fa apparire minuscoli, possiamo ancora compiere le nostre scelte, e cercare di far nascere qualcosa di nuovo.

Hanyū riprende il suo telo, vi si avvolge dentro, si dirige verso l’uscita, e mentre si siede lo ritroviamo seduto, sullo schermo, come all’inizio di GIFT.
I should be alone. It should be pitch black. It should’ve ended. But why is such a bright light shining? It’s too bright. I can’t look directly at it. I don’t deserve to look at it. Even so, the stars were shining bright on me.
Do your best. (Ganbare). It’s okay.
Nella breve intervista rilasciata dopo lo show, Hanyū ha parlato della persona junghiana. Ancora una volta lo ritroviamo che parla con se stesso, con un sé diverso. Rovesciamenti drammatici di questo genere sono piuttosto comuni nei sogni: un certo fenomeno si trasforma nel proprio opposto […] come a dimostrare che, tramite la trasmutazione, anche gli estremi possono mutualmente intercambiarsi.
[…] La veste simboleggia spesso anche la copertura protettiva, la maschera (Jung la definiva persona) con cui il soggetto si presenta nei suoi rapporti con il mondo esterno. (J. Jacobi, Simboli in un’analisi individuale, in C.G. Jung, L’uomo e i suoi simboli, pag. 284)
La maschera non compare solo nei rapporti con il mondo esterno, ma anche in quelli con noi stessi. Ma stavolta, finalmente, Hanyū riesce a vedere il volto oltre la maschera, riesce a sentire ciò che aveva perduto. E a ricordare che, nonostante le sofferenze, esiste la luce. Quella dei bracciali luminosi indossati dagli spettatori, che si accendono in momenti precisi del monologo. Quella del cielo stellato che brilla sempre sopra di noi.

Notte stellata, naturalmente. Il gala del secondo oro mondiale, del secondo oro olimpico. Un programma di speranza. Con le piume che lentamente scendono dall’alto, ci accarezzano, e si posano sul protagonista.
I don’t know what’s on the path I’m going down. I don’t know what’s waiting where we’re heading. But let’s keep going. Let’s run on on a journey to deliver a GIFT.
Nessuno sa cosa porterà il futuro. Ma c’è un futuro, verso cui stiamo andando. E possiamo farlo con speranza. La prima parte era iniziata con la fenice che si innalzava in un cielo di fuoco e risorgeva dalle sue ceneri. È solo giusto che la conclusione sia dedicata al cigno bianco, il colore della purezza per un animale che nell’araldica è un simbolo di buon augurio, e che ora può volare libero.
Are you leading every day happily? Are you feeling difficulty? Are you alone and sad? It doesn’t matter where or when. When you’re tired and your heart’s dried out, please come back. This awful story, this fabulous story, is always here. For the story about you, past and future.
Spero che verrà realizzato un DVD, perché questa storia terribile, questa storia meravigliosa, merita di essere rivissuta ancora e ancora. Per Yuzu. Per il passato e per il futuro. Per noi.

La storia di GIFT è finita, abbiamo avuto la parola fin come nei vecchi film. Ma Hanyū non può finire uno show in questo modo, lo sappiamo tutti, e non perché le luci non si sono ancora accese.
I titoli di coda – vengono citate oltre 500 persone – scorrono sulle note di Boku no koto (About Me) di Mrs. Green Apple. Un altro programma nuovo, registrato all’Ice Rink di Sendai, come tutti i video che compaiono sul suo canale. Anche questo, immediatamente dopo GIFT, è stato pubblicato sul canale. Oltre cinque minuti di programma, otto elementi di salto, cinque quadrupli, tre dei quali nella seconda metà, due in combinazione, uno con il triplo toe loop, l’altro con euler-triplo salchow, due doppi axel, uno in combinazione con un doppio toe loop, un triplo loop, due sequenze di passi, una sequenza coreografica. Il regolamento di gara ignorato sotto numerosissimi aspetti, compresa la Zayak rule, visto che tre dei quadrupli sono toe loop, ma ormai del regolamento di gara non importa più nulla a nessuno. Semplicemente è la dimostrazione di uno stato di forma straordinario, superiore rispetto a quello di quando gareggiava. Aveva detto che intendeva continuare a migliorarsi, come sempre è stato di parola. E, giusto per togliere ogni dubbio, nella sezione riservata agli abbonati ha caricato la versione non editata del programma. Lo ha pattinato tutto dall’inizio alla fine, in un’unica volta. Il montaggio è fatto per motivi estetici, non perché lui non sia in grado di pattinare davvero un programma come questo e abbia bisogno di ricorrere a qualche trucchetto. Credo che il suo orgoglio non glielo permetterebbe. Non lo sapremmo noi, lo saprebbe lui, e questo basta.

“Oh, that a fine day
Whether it’s a happy day
or a day that crushes my dreams
Oh, I’ll keep on keepin’on
Singing about miracles
in a world both small and big
When we become adults
we forget
how to fly
Even the limited forever
and unhealable wounds
They’re all who I am
Me today.”
Il testo della canzone, in inglese, si trova qui. Si tratta di una traduzione diversa da quella che abbiamo letto durante lo spettacolo, non cambia il significato. Non cambia l’inno alla vita, che può essere difficile, che può darci gioie enormi o infrangere i nostri sogni, ma che va comunque vissuta.
“We know
The miracle’s dead
Both effort and loneliness
can go unrewarded
But you know
Even so
You’ve walked here
over many days
That’s called a miracle.”
Non poteva esserci brano migliore per chiudere GIFT, non con la storia raccontata da Hanyū , non con quello che sappiamo di lui, che gli abbiamo sentito dire nelle interviste.
Quando torna in scena per i saluti, Hanyū indossa il giaccone ufficiale dello show, e anche lui riceve una sorpresa, perché Satoshi Takebe ha composto un brano per lui, Gift.

Subito dopo, e non è una sorpresa, c’è il bis, Haru yo, koi. Non è una sorpresa perché non ho dubbi che abbiamo notato tutti quel pezzetto di velo che spuntava da sotto il giaccone, abbiamo riconosciuto tutti il costume. Un brano struggente, che parla del tempo che lenisce il dolore e della speranza per il domani, della primavera, e che ha accompagnato Hanyū in alcuni dei momenti più dolorosi, Saitama 2019, Pechino 2022. Ha dichiarato che questa musica lo ha aiutato a superare momenti difficili, che quando ha vinto il Campionato nazionale, e ha realizzato che sarebbe andato ai Giochi olimpici, il suo pensiero è subito corso all’interpretazione di questo brano nel gala. Non alla gara, alle medaglie, al quadruplo axel. A Haru yo, koi nel gala. La speranza per un futuro migliore, qualcosa che lo ha sempre accompagnato, qualcosa che ha cercato di trasmettere agli altri con le sue interpretazioni.

Come in Prologue, il brano è accompagnato dalle proiezioni dei Rhizomatiks. Alcuni dettagli sono cambiati, all’atterraggio del triplo loop per un attimo il cuore batte più forte, ancora una volta siamo di fronte alla perfezione. I fiori che sbocciano ai suoi piedi, le luci sincronizzate che hanno illuminato in modo diverso i vari programmi, tutto è curato fino ai minimi dettagli, fino a creare un’atmosfera magica.
Le luci si spengono, Hanyū esce, e risuona un colpo di tamburo. BOOM! Basta quello. Davvero, non serve altro. Il suono del taiko è immediatamente seguito da un boato. SEIMEI. Ho letto una battuta sul fatto che questo sia il nostro inno nazionale. Non importa quale sia la nostra nazionalità vera, in questo momento siamo un’unica persona. Le luci colorate, le mani della scenografia, l’orchestra… Sul megaschermo vediamo dettagli del backstage. Hanyū si sta cambiando, ne avremo conferma a breve. Noi vediamo le luci che si accendono e si spengono a ritmo con le note, la preparazione di Chopin, Ashura-chan, le ali della fenice mentre si allaccia i pattini. Dettagli. Tutto quello che è stato narrato in tre ore di spettacolo. Ma il nucleo è qui, in queste note, che il pubblico sottolinea con il suo applauso ritmato. Il programma più epico che sia mai stato pattinato. Ha interpretato liberi migliori Hanyū , quattro quadrupli completati in modo perfetto, Hope and Legacy a Helsinki 2017, Ten to chi to a Nagano 2020, e anche a Saitama 2021 l’unico errore era stato un quadruplo axel degradato e atterrato su due piedi, per quanto grave possa essere considerato un atterraggio di quel tipo su quel salto. Origin aveva un contenuto tecnico più elevato del libero di Giochi olimpici del 2018. Saitama 2019, Kelowna 2019, Torino 2019, ora Hanyū non avrebbe problemi a completare tutti gli elementi di salto di Torino. E nel 2015, con tre soli quadrupli e non quattro, su SEIMEI prima di PyeongChang Hanyū aveva ottenuto punteggi più alti. Non ha importanza. Quando tutto ciò che hai è una caviglia sola, neppure quella su cui si atterrano i salti, e un sogno, e pattini quel programma, tutto il resto non ha importanza.
A PyeongChang la sequenza coreografica è stata un’apoteosi. Al Tokyo Dome la sequenza coreografica è un’apoteosi. Non avevamo davvero bisogno di Hanyū in pista per rivivere le emozioni, la musica era sufficiente. Rivediamo lo step out sul secondo quadruplo toe loop, anche senza immagini. Rivediamo la combinazione triplo axel-euler-triplo salchow, con i due salti conclusivi che prendono il posto del previsto doppio toe loop perché Hanyū lotta sempre fino alla fine.

Lo abbiamo visto tutti quando è entrato, o eravamo ancora distratti dal video con gli ultimi preparativi per GIFT? La caviglia che ha tenuto su quel triplo lutz, che terrà per sempre nella nostra memoria, quel tanto che basta a fargli poggiare il secondo piede, a fargli ritrovare l’equilibrio. E poi la trottola, nella nostra memoria e nuovamente in pista. Perché adesso Hanyū è di nuovo davanti ai nostri occhi in carne e ossa. BOOM! Braccio destro. BOOM! Braccio sinistro. Malgrado tutto quello che è successo nell’ultimo quadriennio, malgrado un dolore ingiusto, insopportabile, inaccettabile, e superato, finalmente superato, anche se mai dimenticato, c’è stato quel momento, e nulla lo potrà cancellare. Il programma più epico che sia mai stato pattinato. Il sorriso è lo stesso, ed è un sorriso che fa bene al cuore, che lenisce ogni dolore. Le fiamme, di nuovo alte a sottolineare l’epicità del momento. L’hydroblade. Il suono dei piatti sulla layback ina bauer, momento che non smetterà mai di farmi venire i brividi, e che stavolta viene enfatizzato dalla luce. La trottola finale. BOOM! Braccia spalancate, piede che colpisce il ghiaccio, un dominio dello spazio e del tempo assoluto.
Ha finito il fiato Hanyū , ma non si è dimenticato di essere su un palcoscenico. Il gesto di esorcismo finale, per allontanare gli shikigami e tornare nel presente, nel nostro mondo. La spada messa via, anche se a portare la spada era Uesugi Kenshin e non Abe no Seimei. È passato da un personaggio all’altro, crescendo. Il primo sicuro di sé, il secondo più tormentato. Entrambi pronti a combattere per ciò in cui credono e per proteggere gli altri, indipendentemente dai rischi. Hanyū è entrambi i personaggi, è l’anima del Giappone. Il viaggio è compiuto. Se la prima parte era finita con il riscatto di Pechino, la seconda si chiude sulla consapevolezza che Hanyū è il due volte campione olimpico. Nuovi campioni ce ne sono in quasi tutte le edizioni. C’è un vincitore, che regna brevemente e poi sparisce. Rimanere, come ha fatto lui, come sta facendo lui, è molto più difficile. Non sarà più il campione in carica, è qualcosa di più, perché lui è il campione. Lo dimostra GIFT, il più grande spettacolo su ghiaccio che sia mai stato realizzato. Un’opera d’arte, che supera i confini di ciò che conoscevamo per creare qualcosa di nuovo. Se fra gli infiniti riconoscimenti che gli sono stati assegnati ci sono il People Honor Award e il Kikuki Kan Prize, Hanyū si sta dimostrando più che degno di questi premi.
L’ultima apparizione, sulle note di Suiheisen dei Back Number – come ha fatto a indossare la felpa così in fretta? Va bene, l’ha indossata sopra il costume di SEIMEI, ma c’è anche il microfono – è dedicata ai saluti finali. Hanyū ricarica le energie con gli applausi del pubblico, e si vede che non avrebbe più voluto tornare dietro le quinte, che se avesse potuto ci avrebbe abbracciati tutti, chi era nel Tokyo Dome e chi era davanti a uno schermo, che fosse in un teatro o a casa sua. Quelle tre rincorse finali con le scivolate sul ghiaccio, in ginocchio, in piedi, e in luna, non avrebbe dovuto farle. Era fisicamente esausto, ma anche questo è lui. Il dare tutto di sé, fino all’ultima goccia. Con un’ultima richiesta finale, quella di un attimo di silenzio. Lo sappiamo cosa arriverà, non sarebbe un suo show senza questo momento. Non può davvero finire se manca quest’istante.
ARIGATO GOZAIMASHITA! senza microfono, e con tutto il residuo di energie che gli sono rimaste.
No, non sei tu a dover ringraziare. Grazie a te, Hanyū sama. Per tutto. Porteremo sempre questo regalo nel nostro cuore.