Cronaca di uno splendido, benedetto lavoro usurante
di Alessandra Montrucchio
.Prologo
Quando annuncio a qualcuno che vado in Giappone, sono tre le pieghe che la conversazione può prendere.
Piega 1:
«Ma che bello! E dove vai? Tokyo, Kyoto?»
«No, Sendai».
Sguardo vitreo di chi non capisce.

Piega 2:
«Ma che bello! E quanto stai? Un paio di settimane?»
«Cinque giorni, viaggi compresi».
Sguardo vitreo di chi non capisce.
Piega 3:
«Ma che bello! A furia di andare in Giappone lo conoscerai bene, ormai!»
«No, perché sono sempre chiusa in un palazzo del ghiaccio».
Sguardo vitreo eccetera.
Il fatto è che la gente non si rende conto di una incontrovertibile realtà: essere fanyu è un lavoro. Usurante, peraltro.
Sorvoliamo sulle peripezie quotidiane (cercare le traduzioni di un post/messaggio/intervista, riuscire a comprare una rivista che non viene venduta al di fuori del Giappone, procurarsi un VPN in grado di farti vedere uno specifico canale giapponese…) Sorvoliamo, anche, su quell’ottovolante che è l’iscriversi alle varie lotterie per procurarsi uno o più biglietti per uno spettacolo (scrivere il proprio nome in kanji e katana, procacciarsi un indirizzo e un numero di telefono giapponesi, fare un abbonamento premium alla migliore intelligenza artificiale per avere la traduzione simultanea di ciò che richiedono i siti delle lotterie…) Infine, sorvoliamo sulla via crucis del viaggio (almeno venti ore tra aerei, treni, metropolitane). Parliamo solo della permanenza in Giappone.
È una vacanza che ti godi? Certo che sì: c’è Yuzu.
È una vacanza che ti rilassa? Certo che no: c’è Yuzu.
E se c’è Yuzu, c’è molto da fare.
Osserviamo il fanyu tipico a Sendai per Notte Stellata: si aggira con borse (di Gift, Prologue…) stracolme di merchandising e regalini per gli altri fanyus – e se ha dimenticato le mutande di ricambio, pazienza. Ha il telefono strapieno di screenshot e mail evidenziate come importanti: risultati della lotteria per il biglietto del primo-secondo-terzo giorno, della lotteria per il cinema, di quella per la mostra e per il merchandising della mostra, la prenotazione in albergo, la prenotazione del router, la prenotazione della carta Suica per i trasporti. Tutto questo, ovviamente, se l’è anche stampato (che non si sa mai), perciò il fanyu, nelle borse con cui si aggira, ha anche un ammasso di fogli che pesano quanto un elenco telefonico, nonché il passaporto, un paio di carte di credito – metti che una non funzioni –, la tessera dell’albergo, il sacchetto per l’immondizia visto che in Giappone usa così, qualche mascherina chirurgica, un berretto di lana, due paia di guanti (quelli dell’Irene sono un must, ma si indossano solo quando si ha l’assoluta certezza di non poterli perdere), un golf extra, un miniasciugamano (di Re-Pray, di Notte Stellata…)
Così attrezzato, il fanyu è pronto ad affrontare i propri compiti istituzionali, che oltre ad assistere allo spettacolo comprendono:
- andare in pellegrinaggio nei principali luoghi di interesse yuzurico;
- partecipare a mostre, happening, fiere e qualsiasi evento riguardi o sia correlato a Yuzuru;
- presentarsi all’arena con almeno tre ore di anticipo per:
- scambiare i summenzionati regalini;
- documentare l’affluenza sui social;
- fare acquisti per sé e per i fanyu sfortunati rimasti a casa;
- fotografare il fotografabile, comprese le foto di Yuzu esposte;
- spendere soldi presso variegati esercizi commerciali onde favorire l’economia di Sendai e del Tohoku;
- setacciare i konbini alla ricerca di quotidiani con Yuzu in copertina e assicurarsene tre-quattro copie cadauno;
- approfittare dei lunghi tempi di attesa (in Giappone, un fanyu trascorre buona parte delle sue giornate in coda: per entrare nell’arena ma anche per salire sulla navetta dopo lo show, per fotografare il fotografabile, per acquistare il merchandising, eccetera) per postare video, immagini e commenti e per aggiornare gli assenti su quanto si è visto, si sta vedendo e si vedrà.

Poi il fanyu torna a casa e gli chiedono come mai, dopo una vacanza, abbia l’aria così stanca.
Ecco, questa è stata la vita delle vostre affezionatissime inviate a Sendai per Notte Stellata 2026, ovvero Elena Colpani e la sottoscritta. Ma andiamo con ordine, quindi per giorno.
.SABATO 7 MARZO
Mentre Elena è qui da ieri, io arrivo a Sendai il giorno stesso dello spettacolo. Torino-Parigi, Parigi-Tokyo, metro dall’aeroporto alla stazione, shinkansen per Sendai, il solito ANA Hotel (dove però il check-in è alle 15, ora a cui ogni fanyu degno di questo nome è in «zona Yuzu» da un pezzo. Motivo per cui tra i migliori amici di un fanyu ci sono i depositi bagagli) e poi ci incontriamo: abbiamo un paio di incombenze da sbrigare, prima dello spettacolo. Innanzitutto, dobbiamo procurarci i quotidiani nei konbini; la seconda è guardare, su un maxischermo nell’atrio della stazione, il video promozionale di Notte Stellata, naturalmente dopo che abbiamo aspettato in coda il nostro turno. L’assembramento è notevole, e infatti ci imbattiamo in qualche conoscente… ma in fondo, tutti coloro che sono qui per Yuzu si conoscono, anzi, si riconoscono, e basta scorgere il cordino di una felpa di Echoes of Life per scambiarsi un affettuoso sorriso d’intesa. Siamo noi, siamo qua e siamo insieme. Per Yuzu.

Peccato che io ed Elena non abbiamo il biglietto per lo spettacolo di oggi, così, mentre altri si incamminano verso quella che i cartelli indicano come la «Notte Stellata bus station», noi prendiamo la metro per andare al cinema. È lì che guarderemo il primo show e, anche se non sarà certo come stare in arena, siamo entrambe curiose di vedere l’affluenza e di sentire l’atmosfera in sala. (Poi, ovvio, l’attesa e l’ansia per lo spettacolo in sé è alle stelle, anzi, a tutte le notti stellate dalla preistoria a oggi, ma che ve lo dico a fare?)
Travolte da un vento forte e freddo come la Bora, arriviamo al cinema con un’oretta di anticipo: pare che anche qui vendano merchandising e vogliamo toccare con mano. Di merchandising, però, non c’è neanche l’ombra: ci hanno mal informate? No; è che il centro commerciale in cui si trova il cinema apre la mattina abbastanza presto e i fanyus sono venuti a quell’ora per razziare fino all’ultimo clear file. Va be’, ci rifaremo domani all’arena. Intanto, tra una chiacchiera, una puntatina alla toilette e una Coca-Cola, è venuta l’ora di entrare.
La lotteria ci ha assegnato due posti centrali in fila F da cui si vede benissimo. Meno male, perché diversamente non potremmo spostarci: non solo perché i presenti ci rispedirebbero ai nostri posti legittimi, da bravi giapponesi rispettosi delle regole, ma anche perché la sala è piena. Qualche poltrona libera c’è, ma si tratta di poca roba sparsa qua e là, per altro non vicina come le nost…
Comincia!
Per cui inauguriamo un nuovo paragrafo.
.Lo spettacolo
Sul palco ci sono gli strumenti dell’orchestra, sullo schermo in fondo spicca la scritta «Hanyū Yuzuru – Notte Stellata» su un cielo trapunto di stelle che mi sembra più scuro rispetto agli anni scorsi. L’altra novità è che ogni spettatore ha una torcia che si accende, cambia colore e si spegne in base alle decisioni della regia, e l’intera arena sembra un prolungamento dello schermo, sembra una notte stellata che abbraccia la pista.
La voce off di Yuzu, e poi ecco lui e le prime note del programma che dà il titolo allo show.
.Notte Stellata
Ho visto infinite volte questo programma, una anche dal vivo, ma come sempre accade con Yuzu l’ennesima visione non mi annoia, perché ogni esecuzione ha qualcosa di diverso.
Cos’ha di diverso oggi?
Be’, per cominciare il costume, più «piumoso» che mai. Forse Yuzuru ha fatto aggiungere delle piume perché negli anni ne aveva perse troppe, o forse il costume è totalmente nuovo (più avanti scoprirò che è così): in fondo, il bianco col tempo ingiallisce. È bello l’effetto che fanno quelle piumette quando Yuzu si muove e soprattutto nelle trottole, sono così tremule, così vive… ma non è per le piume che Yuzu sembra più che mai un cigno, e per cigno intendo non tanto l’uccello, quanto la protagonista del balletto, Odette ne Il lago dei cigni. C’è qualcosa di indefinibilmente cambiato – migliorato – nella postura, nel modo di tenere schiena, spalle, collo, testa, braccia. In rapporto a Yuzu, qualcuno ha fatto il nome di Majja Pliseckaja, grandissima ballerina dagli anni Quaranta ai Settanta circa e leggendaria interprete de La morte del cigno (danzato sulla musica di Saint-Saëns, la stessa su cui Il Volo canta Notte Stellata), ed è comprensibile: sia per il ruolo del cigno, che a Pliseckaja diede fama immortale, sia per l’intensità dell’interpretazione. Tuttavia, per me lei era fisicamente troppo massiccia (per i canoni odierni) e stilisticamente troppo vigorosa per ricordare Yuzu, che invece continuo ad affiancare alla ballerina che secondo me è stata il cigno bianco per eccellenza, Ulʹjana Lopatkina: tecnicamente impeccabile ed emotivamente sublime, dolente, connubio incantevole di fragilità e resistenza.

La coreografia volge al termine.
Finora non è stata la miglior esecuzione che abbiamo mai visto. La Bielmann è stata un po’ breve, con lo sgancio finale della gamba un po’ secco, e l’Axel singolo è stato sì enorme, ma l’arabesque d’uscita era bassina, come se all’atterraggio Yuzu non si fosse sentito abbastanza sicuro del proprio equilibrio per alzare ulteriormente la gamba dietro la schiena. Ora vediamo il triplo Axel… ma non c’è, il triplo Axel. Invece di saltare, Yuzuru continua a pattinare – una luna, una butterfly – e intanto entra il cast: i suoi amici non fanno nulla di speciale, si limitano a disporsi intorno a lui che, quando indietreggia su un piede solo, con la gamba libera piegata e raccolta su quella (altrettanto piegata) di terra, la schiena abbassata avanti e le braccia protese indietro, è come se si inchinasse: un omaggio ai suoi compagni, il ringraziamento per essere qui. Può darsi che il motivo della variazione coreografica sia esattamente questo, ma è inevitabile domandarsi: come sta la caviglia di Yuzu? Risposta ottimista: è finito da poco il periodo di «manutenzione», tra un mese c’è Realive e Yuzuru ha ormai imparato a preservarsi. Risposta pessimista: si è infortunato. Più avanti lui parlerà di scelta coreografica, ma al momento la preoccupazione c’è.

Infine Yuzuru esce, e inizia il numero collettivo di apertura.
.Torniamo allo spettacolo
Stesso cast, stessi costumi, stessa musica e stessa coreografia di sempre. A essere un po’ cambiata, e migliorata, è l’esecuzione. È difficile vedere sul ghiaccio, al di fuori del pattinaggio sincronizzato, una tale precisione e un tale unisono (nelle riprese dall’alto, si vedono i pattinatori in file e figure geometriche perfette), ma loro negli anni ci sono arrivati. E che affiatamento: guardarli è un piacere anche perché si vede, si sente che sono grati e felici di essere qui e di esibirsi insieme in uno show che, pur essendo il più tradizionale di quelli che Yuzuru ha creato da quando è professionista, si distingue da tutti gli altri non solo per eleganza, equilibrio e qualità delle performance, ma anche e forse soprattutto per questa atmosfera, per l’affetto reciproco, la voglia di far bene non solo per sé e per il pubblico ma anche per i propri compagni. Il cast di Notte Stellata non è semplicemente un insieme di persone: è una squadra, capitanata da Yuzuru e allenata da quegli splendidi coach che sono David Wilson e Shae-Lynn Bourne.
Conclusa la coreografia di gruppo, ecco Yuzu che tiene un breve discorso al microfono. Ovviamente non capisco una parola (ed è buffo come certi suoni ricordino l’italiano, anche se dubito che zitto zitto significhi «taci», per esempio), ma non importa, presto la traduzione uscirà; per ora, posso godermi il suono dolce della sua voce.
Un ultimo scroscio di applausi, poi Yuzu & Company escono di scena. E si entra nel vivo dello spettacolo.
Rika Hongo non è una pattinatrice che io ami particolarmente. Mi è molto simpatica, ma tiene sempre le spalle alzate, la schiena un filino curva, non tende le ginocchia, e queste sono tutte cose che la ballerina (mancata) che è in me accetta a malincuore; la musica del suo programma ha però un ritmo molto vario, la coreografia è ben costruita sugli accenti, lei pattina senza la minima sbavatura e con passione, per cui brava, brava Rika.
Tocca ad Akiko Suzuki, e io la adoro. Dai costumi sempre raffinatissimi nella loro semplicità (quest’anno un abitino che va dal blu notte all’azzurro al bianco, con punti luce che lo fanno apparire come una vera e propria notte stellata) alle coreografie costellate di danza classica, Akiko è una gioia per gli occhi e per il cuore. Quest’anno pattina su Chopin ed è di una grazia e una luminosità commoventi. Meravigliosa.
È la volta di Takahito Mura. Ha scelto una canzone romantica che non mi esalta e la coreografia non mi sembra che brilli per originalità, ma lui pattina e salta bene, senza mai strafare, concentrato sulle emozioni che prova e trasmette. Promosso.
Non può mancare il pepe di Violetta Afanasieva, con i suoi hula hoop e un bel paio di orecchie da gatto. Io la apprezzo molto: ogni anno porta numeri diversi, tutti sempre capaci di dare brio allo spettacolo senza mai scadere nel circense sguaiato; e lei, maestria coi cerchi a parte, pattina proprio bene: linee eleganti, bella postura, belle trottole: viva Violetta.
Jason Brown. Tolto Yuzu, uno dei pattinatori con le migliori skating skills che ci siano, lo sappiamo bene. Salti «solo» tripli ma impeccabili, lavoro di piedi, espressività e un corpo snodatissimo. Certo, se tenesse in dentro il sedere – lo spinge sempre troppo in fuori – e «chiudesse le costole», cioè non spingesse in avanti, in fuori, il torace, sarebbe meglio. Considerate poi le sue capacità, a me piacerebbe vederlo sperimentare più stili, sia musicali sia coreografici. Ma come non perdonare tutto a uno che saluta il pubblico con quel sorrisone e quei baci?
A musica iniziata, come richiesto dalla coreografia, entra Javier Fernández. Non mi soffermo sui sentimenti ambivalenti che questo pattinatore suscita nei fanyus, ma solo sul fatto che, nelle scorse edizioni, sembrava in difficoltà. Sempre gli stessi programmi pattinati sempre peggio, e c’era chi ironizzava che la sua partecipazione a Notte Stellata fosse l’ennesimo atto di beneficenza da parte di Yuzu. Quest’anno direi che non è così. È vero, Javier pattina ancora una volta Prometo e se dimagrisse un po’ sarebbe meglio, ma Prometo è comunque una bellissima coreografia e lui sul ghiaccio è leggero. Pattina bene, insomma, e salta un buon triplo Toe loop e un ottimo triplo Salchow, perciò: forza Javi, sai essere ancora te stesso.
Ed è il momento che tutti stavamo aspettando, il momento di quella che lo speaker chiama collaboration. Quest’anno è con la Tohoku Youth Orchestra (al riguardo, vi invito a rileggere ciò che ne ha scritto tempo fa la nostra esperta di Giappone, the one and only Barbara Waschimps: https://www.facebook.com/groups/247047936007354/posts/1781919282520204), i cui musicisti, tutti giovani quando non giovanissimi, salgono sul palco in felpa bianca e con un foulard bianco a geometrie nere annodato allo strumento, al collo, tra i capelli o appuntato sul petto. Accordano gli strumenti; sale il pianista; sale il direttore d’orchestra; e, annunciata dallo speaker, parte Merry Christmas, Mr, Lawrence di Ryuichi Sakamoto.

Lì per lì siamo tutti tesi a spiare l’ingresso di Yuzu, ma ben presto capiamo che no, non arriverà, che questa è un’esibizione solo ed esclusivamente dell’orchestra, e ci godiamo la splendida musica. Poi Merry Christmas, Mr Lawrence finisce.
Lo speaker annuncia un altro brano di Sakamoto, Happy End.
E adesso sì che arriva Yuzu.
Nel buio, si intravede un costume bianco che lo fa apparire diafano.
Nel buio e nel silenzio, Yuzu si sdraia a terra.
E Happy End inizia.
Com’è difficile raccontare un capolavoro.
.Happy End
Perché sì, qui lo dico e non lo nego: Happy End è un capolavoro. Un assoluto, ineguagliabile capolavoro. Mi ha lasciata senza parole, ma così piena di emozioni che pensavo di scoppiare. Ero sbigottita. E lo so, lo so che cosa state pensando: segui Yuzuru da anni e ancora non hai capito che stupirsi è la regola, con lui? Che vedergli fare qualcosa che nessuno – nemmeno lui – aveva mai fatto prima è una delle meraviglie per cui possiamo ringraziare ogni giorno di essere suoi contemporanei? D’accordo, ma voi forse non avete visto Happy End.
Dunque, partiamo da un presupposto: io non avevo mai sentito prima questo brano, ammetto la lacuna. Però tanta ignoranza mi ha consentito di guardare la coreografia («programma», per quello che Yuzuru fa sul ghiaccio, mi sembra ormai una parola inadeguata) senza nessun tipo di pregiudizio, senza nessuna sovrastruttura.
Le prime due cose che ho notato? Il costume e la posizione di partenza.
Il costume non ha nulla a che vedere con quelli «tipici» di Yuzu ed è invece parente stretto di certi che abbiamo visto in Echoes of Life: più da danza che da pattinaggio di figura, per dirla a grandi linee, e insomma molto lontano anche da quelli sfoggiati dai pattinatori in generale. Una camicia bianca, un paio di pantaloni morbidi anch’essi bianchi. Sembra un pigiama. Quasi. Perché i pigiami, normalmente, hanno un aspetto morbido e confortevole come li avvertiamo sulla pelle. Questo, al contrario, inquieta. L’orlo slabbrato dei pantaloni, i polsini slacciati della camicia. E quei disegni – più avanti scoprirò che quello sul cuore non è un disegno, ma un ricamo – che ricordano ferite mal suturate, o fori di proiettile contornati da bruciature, o ragni. Niente copripattini, niente calze. Sulla pelle, in corrispondenza del bordo dello stivaletto, dei cerotti: con ogni probabilità messi perché l’attrito coi pattini non laceri la pelle, non fanno che accrescere l’inquietudine – così come la pettinatura, coi capelli tutti sparati in avanti. Questo è il costume di un uomo malato, o ferito, e anche la posizione iniziale conferma l’inquietudine.
La posizione di partenza, appunto.

Yuzu è sdraiato sul ghiaccio, supino, braccia e gambe allargate. Lo sguardo perso verso l’alto, come un malato su un letto, incapace o impossibilitato ad alzarsi. Ogni tanto ci prova: solleva il busto, le mani protese in avanti: solleva una gamba, l’altra. Rimanendo a terra per un tempo spropositatamente lungo, per un pattinatore – perché i pattinatori a terra ci vanno se cadono, oppure ci si inginocchiano in un passaggio, nella posa finale… ma sdraiarsi? No, questo incipit è preso a piene mani dalla danza, e non da qualsiasi danza: dal modern o dal contemporaneo. Il balletto non ama il pavimento: tende verso l’alto, in un continuo tentativo di elevazione, di ricerca della bellezza assoluta in una dimensione quasi ultraterrena; in linea di massima, se un ballerino o una ballerina va a terra è perché interpreta un personaggio che muore (Giselle, Giulietta) oppure, se simula il sonno, si adagia su un letto o simili, oltretutto in una posizione in cui mai e poi mai vedrete qualcuno addormentato sul serio. Diversamente, nella danza classica si sta in piedi. Il pavimento, il suo uso come parte integrante dell’estetica e del senso, esiste in altri generi: già presente nel jazz, è nella danza contemporanea che il rapporto del ballerino con la terra diventa non solo importante, ma necessario. Poco tempo fa sono andata a vedere uno spettacolo di contemporaneo: il pavimento era un elemento ricorrente delle coreografie – usato, cercato, toccato; terra che accoglie o respinge, che consola o accusa, ma sempre lì. Ecco l’universo da cui nasce questa coreografia, ho pensato vedendo Yuzu per terra all’inizio di Happy End: la danza contemporanea. (Infatti più avanti leggerò che Yuzu ha lavorato su questa coreografia, e in particolare sulle parti a terra, con una delle ELEVENPLAY di Mikiko).
Poi Yuzu si alza – o meglio, riesce ad alzarsi –, e qui occorre una precisazione. Trattandosi di danza contemporanea, io non sono una vera e propria intenditrice, ed è in generale più difficile isolare e riconoscere singoli movimenti e passi: quello che è possibile nella danza classica, ovvero dare nomi precisi a tutto ciò che si vede o quasi, non lo è nella danza contemporanea, che annovera contrazioni e rilasci, camminate e scivolare, movimenti fuori asse, capriole eccetera, ma nulla più. Quindi non aspettatevi descrizioni dettagliate di singoli passaggi come nei miei normali Balletic Yuzu, d’accordo?
Dicevamo: Yuzu si alza. Nelle parti in piedi, usa molto le braccia: all’inizio le tende di lato, trascinandosi dietro anche il busto; a volte le tende o addirittura le rotea verso l’alto; altre volte ancora le porta alla faccia. Usa tanto anche le mani, prendendosi il volto o la testa; durante un passaggio particolarmente intenso degli archi, si porta le mani alle orecchie, e lui stesso spiegherà che questo gesto esprime la difficoltà di sostenere tanta bellezza. Altre volte, le mani se le porta agli occhi come per non vedere e, a un certo punto, sembra quasi staccarsi qualcosa dal volto: una maschera, o forse una metaforica ragnatela. Quanto al busto, spesso Yuzu alterna contrazioni (si contraggono gli addominali e ci si piega in avanti, un po’ come se si fosse ricevuto un pugno nello stomaco) a inarcamenti (si inarca la schiena, spingendo in avanti il torace e rovesciando indietro la testa):

rispetto alla danza classica o alle stesse interpretazioni classiche del pattinaggio, dove il busto mantiene una postura eretta, elegante, in qualche modo nobile, qui esprime le contraddizioni, i patimenti e i contrasti interiori. Questo è particolarmente evidente nella parte finale, dove il ritmo musicale diventa più incalzante e Yuzuru ricorre a contrazioni e inarcamenti marcatissimi e improvvisi: dalla chiusura in se stessi e nella propria dolorosa condizione al tentativo di risollevarsi ed elevarsi, senza soluzione di continuità – e forse senza soluzione tout court. In questo quadro credo che vada inserito il carrellino in avanti: Yuzuru si abbassa in quello che la danza classica definirebbe un grand plié en dedans (è quasi seduto sul tallone della gamba di terra, e le due gambe sono parallele) con la gamba libera stesa in avanti. Guardate il busto: vedete la contrazione? E quando si rialza dal carrellino e procede in avanti con la gamba di terra in plié en dehors e quella libera in coupé dietro (puntato dietro la caviglia), il busto com’è? In contrazione, sì.

Devo dire che questa coreografia mi sembra una lotta fra la disperazione, la fine, la malattia anche e forse soprattutto mentale, il disagio, l’impossibilità di vivere tanto nel proprio mondo interiore quanto in quello esterno, da un lato, e dall’altro la vita, il desiderio di andare avanti, di godere della bellezza che c’è nel mondo e che è espressa, per esempio, proprio dalla musica. Anche i passaggi da terra in piedi mi sembra che esprimano questa dicotomia continua, e così pure le trottole, che sono man mano sempre più «disorganizzate»: la prima trottola conta una serie lunghissima di cambi di posizione e di piede non tutti «standard», tant’è che in certi momenti Yuzu gira su due piedi e va su e giù, tendendo e piegando le gambe (mi abbasso verso il terreno, cedo al suo richiamo, ma poi no, mi rialzo), ma più o meno resta sul posto, è centrata come da regolamento; le trottole successive lo sono decisamente meno, si spostano di più per la pista, come se l’equilibrio fosse sempre più precario, come se la dicotomia si spostasse sempre di più verso un finale tutt’altro che lieto; e infatti anche l’ultima parte in piedi è più drammatica: cresce la drammaticità della musica e cresce anche la drammaticità dell’interpretazione di Yuzu, che oltre a contrazioni e inarcamenti fa dei salti non proprio classici… un paio sono come dei temps levés «sporchi» (salti medio-piccoli su una gamba sola; la gamba libra può assumere molte posizioni: arabesque, attitude… qui è in passé, cioè piegata e con il piede puntato contro il ginocchio opposto), un altro sembra un tentativo di sprint in avanti, quasi lo stacco di un centometrista, a esprimere una corsa, un desiderio di fuga, di strappo dalla terra – ma alla fine Yuzu si abbatte sul ghiaccio.
Quello che mi ha profondamente colpita, specie riflettendoci sopra e rivedendo Happy End il secondo e il terzo giorno, è che, se è difficile distinguere i passi di danza in questa coreografia è perché siamo oltre un pattinaggio in cui viene inserita molta danza. Per esempio, guardiamo Akiko Suzuki: lei mette tanta danza nelle sue coreografie; era ancora più evidente, forse, nel pezzo dell’anno scorso, ma anche quest’anno si vede bene che alcuni passi sono mutuati dalla danza, nel suo caso classica, e amalgamati con il pattinaggio. Nel caso di Yuzu, però, non siamo più lì: da questo ci siamo passati – in quanti Balletic Yuzu vi ho detto che aveva preso dei movimenti dalla danza, cosa che per un uomo, oltretutto ancora in gara, era davvero eccezionale? Peraltro, quei movimenti erano difficili e particolari, come il saut de basque en attitude in Otoñal e in Rondò Capriccioso. Qua siamo oltre: è come stare davanti a una reazione chimica, per cui da elementi messi insieme in determinate quantità ne nasce uno totalmente diverso, con un’identità propria e unica, differente dalla somma degli elementi di partenza. Ecco, ho l’impressione che Happy End sia il perfetto esempio di quel nuovo sport, l’hanyū, di cui ogni tanto abbiamo parlato: è danza? Sì e no. È pattinaggio? Sì e no. È danza e pattinaggio? Sì e no. Cos’è allora? È hanyū. C’è poco altro da dire; quindi, per concludere, vi lascio con qualche consiglio e qualche commento.
Ovvero: siccome ammetto che Happy End mi fa pensare soprattutto alla malattia mentale e al disagio esistenziale, vi consiglio di cercare il balletto Giselle nella versione di Mats Ek (1982), dove le Villi della seconda parte non sono spiriti ma malate psichiatriche; bene anche guardarsi qualche creazione di Pina Bausch, principalmente La sagra della primavera (1975) o soprattutto Café Müller (1978). E poi, anche se non è una coreografia, mi è venuto in mente Spider, libro di Patrick McGrath del 1991 il cui protagonista soffre di disturbi psichici.
Quanto ai commenti, ecco quello che mi hanno detto tre miei insegnanti di danza a cui ho fatto vedere Happy End. Ovviamente, non sono stati ad analizzarlo e guardarlo ventimila volte, non volevo far scrivere un Balletic a nessuno di loro, volevo solo delle impressioni a caldo, e ve le comunico. Eccole:
«Allora, l’ho guardato adesso ed è una cosa strepitosa. La cosa bella è che ha proprio danzato. Non ci sono elementi tecnici tipo quadrupli eccetera. Cioè, ha proprio vissuto questa coreografia. La parte iniziale a terra è strepitosa… e poi c’è quel momento in mezzo delle trottole, quel saliscendi come uno yo-yo, questa forza di gravità che ti porta verso il basso… lui continua a voler salire ma c’è questo richiamo alla terra, in questo caso al ghiaccio. Lui nasce dal ghiaccio e c’è questa tendenza della forza di gravità a richiamarlo sul ghiaccio fino alla fine. Può essere una visione di nascita, vita e morte, oppure anche… la parte iniziale, dove ci sono quei due cloche a terra… lì è quasi come se fosse una posizione fetale dove lui sente nel ghiaccio la madre… e la parte finale, dove ci sono tutti quegli accenti dell’orchestra con quei temps levés… cioè, è una cosa difficilissima da fare sulla terra, non oso pensare come abbia fatto sul ghiaccio. No, comunque è una roba stratosferica. E poi la presenza scenica: lo sguardo, e quel prendersi la mano e portarla al petto. È quasi come se ci fosse uno specchio. Veramente una cosa senza senso!» (Nicola Pasino)
«Ma è pazzesco! L’ho appena visto. Port de bras molto morbidi e coinvolgenti praticamente per tutto il pezzo… nella parte a terra, quella da seduto, c’è vera e propria coreografia statica che poi si ritrasforma in pattinaggio artistico con evoluzioni e salti molto tecnici. Davvero bellissimo!! Una coreografia più danzata che pattinata, e poi i giri… tutti pazzeschi, specie quando gira giù basso tenendosi il piede… non so come si chiami tecnicamente, ma pazzesco. Il finale poi spaziale, quando si adagia morbidamente a terra per finire. È bellissimo che tu abbia la passione per un artista così tanto completo e versatile. Un vero poeta, pattinatore, danzatore e chi più ne ha più ne metta» (Francesco Scalas)
«Davvero molto bello, un bellissimo artista, parte alta del corpo morbida e coordinata, braccia lunghe ed eleganti, accenti della parte alta del corpo meravigliosi, musicalità perfetta, fisicamente comunica tantissimo, infatti non lo guardi nel volto molto spesso perché non serve! Davvero molto bello! Sono felice che in giro nel mondo ci sia arte e non solo cavolate! Anzi, ancora più importante: artisticità» (Leonardo Urgese)
.E ancora lo spettacolo…
È già ora dell’intervallo, di quaranta minuti.
Non mi ricordo se ne ho approfittato per andare in bagno. Non mi ricordo cosa ci siamo dette io, Elena e Pep, che abbiamo incontrato qui al cinema.
Amo sempre vedere Yuzu pattinare; ovviamente però ho i miei gusti, coreografie che mi piacciono più o meno di altre, e tra quelle del cuore ce ne sono di diversissime, da Romeo e Giulietta 1.0 a Gate of Living, passando per Rondò Capriccioso.
Happy End si inserisce di prepotenza tra queste. Che cosa ho visto, che cosa ho appena visto? Non mi capacito. Tra qualche ora, quando mi riprenderò un minimo e ripercorrerò la coreografia più analiticamente, penserò che, come se non bastasse, si tratta di un lavoro suo (solo in seguito scoprirò che ha lavorato su una base di danza costruita insieme a una delle ELEVENPLAY), e che Yuzuru non ha veramente più nulla da invidiare ai grandi coreografi. Rispetto ad altre sue creazioni, come Ashura-chan anche Goliath, ha imparato a non mettere troppa carne al fuoco, a selezionare e dosare movimenti e passi senza avere la smania di riempire la musica: segno di maturità e mestiere. Questo però succederà, come dicevo, tra qualche ora; al momento, sono fuori di me – letteralmente: sono ancora dentro Happy End.
La seconda parte dello spettacolo inizia con un’altra collaboration di quella che nella pronuncia dello speaker sta diventando la Tohoku Yuzu Orchestra. Stavolta il brano è tratto dalla colonna sonora, sempre di Sakamoto, del Piccolo Buddha di Bernardo Bertolucci, e a pattinare sono Shae-Lynn, Satoko, Akiko, Keiji e Takahito. Immagino che la coreografia sia proprio di Shae-Lynn, e per descriverla mi viene una sola parola: rispetto. È come se fosse il programma ad accompagnare la musica e non viceversa: il programma non si limita a usare la composizione di Sakamoto, ma la illumina. E questo è un altro elemento dell’edizione 2026 di Notte Stellata, costellata di brani di Sakamoto: l’omaggio a uno dei più grandi compositori dell’ultimo secolo e a un benefattore del Tohoku e dei suoi ragazzi, come Yuzuru.
Tornano poi i numeri individuali; tornano Violetta, Jason, Javier (con un programma nuovo, alla buon’ora!); finalmente appare Keiji Tanaka: la coreografia non è originale come quella di due anni fa, che per me fu una vera e propria rivelazione, però al cinema, grazie ai primi piani, posso guardare Keiji dritto in faccia: è un concentrato di passione. Incredibile quanto gli ha giovato il professionismo. È più sciolto, più dentro quello che fa, e il suo pattinaggio ci ha decisamente guadagnato. Spero che se ne renda conto, e che tale consapevolezza lo spinga a esplorare territori sempre nuovi.
Tocca a Shae-Lynn, che porta La cumparsita cantata dalla voce strepitosa di Milva. Balla con una sedia come se ballasse con un uomo, tant’è che all’inizio c’è una camicia appesa allo schienale – camicia che poi viene lanciata nel pubblico. Inevitabile, per me, pensare a Julio Boca: étoile del balletto negli anni Novanta, argentino, in uno spettacolo aveva ballato un tango con un tavolo, e credo che molte donne in sala quella sera avessero desiderato essere il tavolo. Shae-Lynn ha la stessa sensualità, la stessa rabbia, lo stesso dolore che Boca esprimeva danzando e Milva cantando: che meraviglia. Che meraviglia la coreografia e che meraviglia lei, Shae-Lynn, che pattina in questo modo a cinquant’anni. (E domani e dopodomani, quando vedrò Notte Stellata dal vivo, per lei sarà standing ovation: l’unico caso, a parte Yuzuru).
Last but not least, Satoko Miyahara. «Sembra Campanellino», dirà dopodomani la mia vicina di posto nell’arena. E in effetti Satoko ha la stessa grazia pepata della fatina di Peter Pan, la stessa capacità di essere tenera e dispettosa a un tempo. Per non parlare della qualità del suo pattinaggio e delle sue trottole: roba che le ultime quattro campionesse olimpiche le spicciano casa, al confronto. Mi piacerebbe tanto vederla cimentarsi con generi diversi; come Jason e forse più di Jason, avrebbe il talento per provarci… Satoko, facci sognare!
Intanto l’orchestra è riapparsa sul palco, e lo speaker annuncia una collaboration sul brano di Sakamoto Yae no sakura.
E riappare Yuzu.
.Yae no sakura
Il costume è più «normale» (pantaloni neri con sopra un elegantissimo richiamo, bianco con dettagli grigi, all’abbigliamento maschile tradizionale; in più, su un fianco, un velo bianco lungo fin quasi al ginocchio che, se avessi un paio di forbici, andrei in pista a tagliare: per tutto il pezzo ho l’ansia che un pattino gli si impigli nella stoffa) e così pure la coreografia di David Wilson: raffinata, delicatissima, ma non dirompente quanto Happy End.
La posa iniziale è la stessa di Tenchi: una evidente dichiarazione del legame che c’è tra le due coreografie. Questa, però, è come più sommessa; la tensione è continua ma sotterranea, e musica e passi si fondono in un’armonia che diffonde forza, sì, ma pervasa di calma e saggezza. Non c’è moltissima danza, in questa coreografia, e mi soffermerò solamente su tre elementi:
1) nonostante sia di costruzione più classica anche nel senso di «ispirata al balletto», Yae no sakura ha un passaggio evidentemente ispirato al modern, se non al contemporaneo: non molto tempo dopo l’inizio, Yuzu scivola in avanti in una posizione che nel pattinaggio si chiama spirale, ma che in danza è un’attitude: una gamba alzata dietro la schiena, come un’arabesque, ma col ginocchio piegato. Se fosse un’attitude della danza classica, sarebbe in en dehors, ovvero la gamba sarebbe ruotata verso l’esterno; invece è parallela, chiusa, e inoltre la schiena non è dritta ma abbassata in avanti, quasi a formare un’unica linea con la gamba libera: questo ne fa una posizione del modern-contemporaneo. Da lì, Yuzu porta la gamba davanti a sé (risollevando la schiena) e poi di nuovo indietro, in un’attitude chiusa: tutto il passaggio, coadiuvato dalle braccia (che amplificano i normali movimenti di quando si cammina), sembra esprimere la fatica di avanzare, e spessissimo in una coreografica di modern o contemporaneo la fatica di avanzare viene espressa esattamente da questo movimento;

2) i salti sono tre: doppio Toe loop con le braccia alla seconda (aperte lateralmente: una bella scommessa, riuscire a girare con le braccia così, che rallentano le rotazioni e mettono a dura prova l’equilibrio), triplo Loop, Axel singolo. Salti dolci (anche la puntata del Toe loop è delicata), perfettamente intessuti nella coreografia e nel suo mood, apparentemente naturali, quasi inevitabili, come il respiro. E osservando Yuzu in questi tre salti, mi rendo conto che due dei motivi per cui i suoi salti sono sempre parsi naturali, e ben intessuti nella coreografia, sono il modo in cui tiene la schiena e quello in cui esegue il toe pick. Guardate gli altri pattinatori, comprese le donne, compresi i più eleganti: chi più, chi meno, tutt* quando preparano un salto piegano la schiena in avanti, il che dà un’impressione di fatica, come se si preparassero a sollevare un peso – a fare insomma una fatica fisica. Yuzu no, lui la schiena la tiene sempre dritta: salta come cammina; come se, invece dell’ennesimo passo mentre procede in avanti, ops!, inserisse un Toe loop/Flip/Lutz/Loop. Gli altri sembrano pronti per incoraggiarsi con un «Ooooh issaaaaaaaaaa!», lui potrebbe guardare le vetrine. Quanto al toe pick, di nuovo, guardate pattinatori e pattinatrici: il più delle volte, danno una botta fortissima al ghiaccio, come se volessero trapanarlo. Yuzu alterna puntate impalpabili a puntate più incisive, dipende dal programma e dal momento musicale, ma tutti i suoi toe picks sono gentili, e tanta leggerezza si trasmette all’impressione generale data dal salto;
3) Yae no sakura si conclude fuori pista, e per uscire Yuzuru esegue dei déboulés (si gira su se stessi coi piedi in prima posizione, spostandosi lungo una linea retta o curva). Attenzione, non esegue dei giri su se stesso lungo una linea appoggiandosi sulle lame intere come in una trottola. No: lui fa dei veri e propri déboulé in punta, ovvero girando sui dentini dei pattini, così come una ballerina gira sulle punte o sulle mezze punte (cioè sulle sole dita mentre il tallone è sollevato). Danza nuda e cruda. Alla faccia, tra l’altro, di chi dice che non punta mai i piedi: provateci voi, a piroettare sui dentini dei pattini senza tendere i piedi…
.The End
Quindi siamo già alla fine? Eh sì. O meglio, siamo al finale.
Che è lo stesso di sempre, anche se introdotto live dall’orchestra, e Yuzu entra per ultimo come al solito, nel suo costume arancione come al solito, e dà l’anima come al solito – e come se fosse il momento più felice della sua vita, qui, sul ghiaccio, con i suoi amici e con noi. Come non provare un’immensa gratitudine per questo giovane uomo nato per pattinare e per riempirci di gioia, sgomento e vita?
Concluso il numero di gruppo, c’è una novità: quest’anno i saluti sono coreografati sulla musica suonata dall’orchestra. E sono davvero divertenti, una ventata di allegria.
Un giro di pista, due, Yuzuru che fa ciao con la mano e legge i banner, il pubblico che si pela i palmi a furia di applaudire e si gioca le tonsille a furia di urlare…
Al cinema nessuno prorompe in applausi e urla. Forse non usa. O forse ciascuno dei presenti si vergogna al pensiero di essere quello che comincia, metti che gli altri non ti seguano. Peccato.
Però non c’è tempo di rimuginare o dispiacersi: io, Elena e Pep usciamo dal cinema e ci incamminiamo verso la metro. L’intenzione è quella di tornare dalle parti della stazione, trovare un posto dove mangiare e, soprattutto, sviscerare ogni istante delle performance di Yuzu, ogni minimo movimento anche dell’ultima falange del mignolo: l’analisi minuziosa e capillare dei dati, si sa, è un aspetto fondamentale del lavoro di un fanyu.
.DOMENICA 8 MARZO
Sei in vacanza, quindi dormi? No. È la festa della donna, quindi partecipi a qualche iniziativa legata a questa giornata? No.
Sono una fanyu. E non è che un lavoro usurante come il mio si può interrompere per quisquilie come le vacanze, le domeniche, le festività. Per cui alle 8.15 io ed Elena siamo già alla stazione, pronte a prendere la metro per l’International Center, dove si tiene la mostra Hanyū Yuzuru & Sendai City Exhibition, per la quale abbiamo vinto la lotteria. Eh sì, perché addirittura per una mostra abbiamo dovuto partecipare a una lotteria; probabile che il motivo fosse più che altro di ordine pubblico: quando arriviamo, c’è già talmente tanta gente che suddividerla per gruppi e orari è l’unico sistema perché tutti possano visitare l’esposizione senza stare in coda fino alle calende greche. Certo, sarebbe bastato un sistema di prenotazione… ma chissà, forse ai giapponesi, o agli organizzatori di eventi yuzurici, le lotterie piacciono, e dunque: io ho vinto quella per la visita alle nove dell’8 marzo, Elena quella della visita alle 9 del 9 marzo, ed eccoci in fila sulle scale dell’International Center ad aspettare di entrare.

Dopo non più di dieci-quindici minuti, siamo dentro.
Ed è come l’ostensione della Sindone. Non nel senso che sembra di stare davanti a un sudario, naturalmente, ma nel senso che siamo troppi per poter sostare quanto vogliamo davanti a ciascuna foto, e un addetto continua a ripetere una parola il cui significato immagino sia «Scorrere, scorrere».
Okay, scorriamo.
Certo che alcune di queste foto sono bellissime. La mia preferita è una di If (coreografia che, peraltro, amo molto): Yuzuru sta saltando – uno jeté con la gamba davanti piegata quasi in un passé, quella dietro tesa in arabesque – e non solo la sua posizione è splendida, con la testa alzata come se con quel salto aspirasse ad arrivare al sole, ma sul ghiaccio è proiettata la sua ombra, in un doppio che crea un gioco di simmetrie e chiaroscuri con il bianco e nero del costume. Peccato non poter fotografare le foto. In compenso, possiamo fotografare i due abiti tradizionali esposti: quello che Yuzu indossava quando gli conferirono il People’s Honour Award nel 2018 e quello che sfoggiò nel 2022 in un programma televisivo.
Che splendore.
.Spettacolo!
Bello Notte Stellata al cinema, sul serio. I primi piani, il rumore delle lame. E, come graditi effetti collaterali, il tepore della sala e la comodità della poltrona.
Volete mettere l’esperienza dal vivo, però?
Prendere la navetta, respirare per quaranta minuti l’eccitazione dei fanyus a bordo.
Scendere nel vento della collina su cui sorge la Sekisui Heim Super Arena, vedere il palazzetto diventare sempre più grande man mano che ci si avvicina.

Dimenticarsi (quasi) del freddo perché c’è troppo, troppo altro da fare: e il merchandising di Notte Stellata, e il merchandising di Irene (sì! Finalmente posso ricomprare i guanti che avevo perso e anche altro per supportare l’Ice Rink Sendai!), e gli stand delle specialità locali, e l’incontro con Planet Hanyu, e lo scambio di doni con qualunque fanyu si incroci e qualunque lingua comune (non) si parli, e le code per fotografare, acquistare, andare in bagno, entrare nell’arena…
Due o tre ore di tutto questo – non avete idea di quanto passano in fretta – e infine si è dentro, si cerca il proprio posto, ci si siede. Si guardano i settori riempirsi, col cuore che palpita di fronte all’ennesimo pienone e nell’attesa di Yuzuru.

Poi inizia lo spettacolo.
Io sono in terza fila, nell’angolo formato da un lato lungo col lato corto. Vicinissima. Così vicina da scorgere i nei sulla guancia sinistra se Yuzu mi passa davanti. In realtà, però, non capita spesso che lui o un altro pattinatore mi passi davanti. In quest’angolo vengono atterrati alcuni salti, sì. Ma non vedo nessuno entrare e uscire: il passaggio è in fondo al mio lato e il dislivello tra le file di posti è minimo, quindi quello e altri punti della pista li intravedo soltanto, sbirciando fra le teste in prima e seconda fila. Pur essendo così vicina, poi, non sento il rumore delle lame. Quindi, per tutto lo spettacolo alterno momenti in cui il cuore mi balza in gola, tanto posso bearmi delle espressioni sui volti e dei dettagli di un gesto o un costume, a momenti in cui cerco, non sempre riuscendoci, di capire cosa stia succedendo.
Pur con questi limiti, com’è ovvio, essere qui è decisamente diverso dal cinema. E non solo perché l’atmosfera che già avevo colto attraverso lo schermo è mille volte più intensa, o perché ogni emozione comunicata da una coreografia, da un artista, è mille volte più palpabile. È diverso perché Yuzuru dal vivo ha qualcosa che nessuna ripresa potrebbe trasmettere appieno, nemmeno se a farla fosse Kubrick. Perché posso scegliere cosa guardare, invece di adeguarmi alle decisioni che un regista prende per il pubblico a casa o al cinema, e mi sembra che Yuzu, in un breve attimo di Notte Stellata, scuota brevemente e rapidamente la testa, come i cigni del balletto. E anche se nelle parti a terra non lo vedo bene – dannate teste davanti a me – oggi Happy End è per me una doccia scozzese di particolari strabilianti.
.Ancora Happy End…
In ordine sparso:
- la stoffa del costume, sottilissima, fragile come garza. Pare pronta a sfilacciarsi o lacerarsi, come l’anima che non riesce a nascondere, come il corpo che non riesce a proteggere;
- l’intensità di Yuzu. Non si tratta semplicemente dell’espressione che ha sul viso o del fuoco nel suo sguardo, capaci da soli di farci percepire fisicamente il dramma, la scissione interiore dell’uomo che Yuzu sta incarnando sulle note di Sakamoto. L’intensità è qualcosa che Yuzuru sprigiona in quanto Yuzuru. Credo si chiami carisma. È qualcosa che non si vede ma ha comunque consistenza materiale; non si può toccare né annusare, eppure è come se sostituisse l’aria intorno a Yuzu e da lì si irradiasse verso l’esterno, fino a investire noi spettatori. La consistenza di quella che, appunto, dovrebbe essere aria intorno a lui è diversa da quella dell’aria propriamente detta, anche la luce pare di un’altra grana. Non riesco a spiegarlo meglio. Quando lui entra in pista (ma presumo sia lo stesso ogni volta che entra in una stanza, un salone, il vagone di un treno) si avverte un chiaro cambiamento, come passare dal livello del mare a quattromila metri. O come chiudere gli occhi al sole di Stromboli e riaprirli al sole di Kiruna, o viceversa. Sempre sole è, ma qualcosa è cambiato e tu lo senti, lo sai, ti riguarda;
- le mani di Yuzu. Da così vicino si vede meravigliosamente bene come le usa e che le usa al cento per cento, sfruttando a scopo espressivo dal palmo fino alle falangette. Certo, lo sapevamo già. Eppure, in questa coreografia le sue mani e le sue dita catturano ancora di più l’attenzione. Quando si copre le orecchie per non sentire una musica troppo bella. Quando fa il carrellino in avanti e tiene le mani come se si guardasse in uno specchio – e non si riconoscesse. Quando si toglie una sorta di maschera dal volto, ma senza la dolcezza e la sensualità con cui se la toglieva nel Fantasma dell’Opera: qui se la toglie in fretta e subito la butta via. E soprattutto, quando la coreografia finisce: Yuzu è prono sul ghiaccio, una gamba sotto di sé, le braccia tese in avanti; con la mano sinistra tiene il braccio destro, come se altrimenti potesse scattare e fare chissà che, e la mano destra è… difficile da descrivere. È come se avesse un crampo. Come se in questo istante Yuzu, guardandola, si rendesse conto di avere l’artrosi deformante. Perché la mano è contratta, tre dita un pochino piegate, un pochino divaricate, e le altre due del tutto piegate e nascoste dietro. Non è «bella», questa mano, non nel senso in cui siamo abituati a vedere Yuzu usare le mani; volutamente non c’è grazia, non c’è eleganza, ma è come se questa mano urlasse: paura, disagio, dolore? Forse tutto questo insieme, e questa posa finale è una delle più potenti che Yuzuru ci abbia mai mostrato.

Con Happy End finisce anche il primo tempo, e di nuovo ho difficoltà a ricordare cos’ho fatto nell’intervallo. Mi sembra di aver raggiunto Elena vicino all’ingresso. Mi sembra che abbiamo incontrato Pep per caso. E poi? E poi, solo Yuzu.
… e anche Yae no Sakura

Secondo tempo, il numero di gruppo, gli altri artisti, la performance eccezionale di Shae-Lynn con la sedia. E la seconda coreografia di Yuzu: Yae no sakura.
Così da vicino, l’eleganza di questa performance è ancora più evidente. Rispetto alla media di ciò che si vede in gara o negli show, musica, coreografia e costume sono ciò che è Armani in confronto a Liu Jo – senza offesa. Naturalmente, Yuzu è la persona giusta per questo, elegante com’è per fisico e portamento; potendolo guardare più da vicino, però, quello che mi colpisce ancora di più è la solennità malinconica della sua espressione e dei suoi gesti. In questo momento non ho ancora letto nessuna dichiarazione o riflessione, di Yuzu o di altri, su Yae no Sakura, ma la sensazione che mi comunica è quella di un uomo che sa cosa lo aspetta e non solo lo accetta, ma ci va incontro con forza e dignità. Se solo non mi perdessi i déboulés con cui esce dalla pista per colpa delle teste che ho davanti…
.E dopo?
Lo spettacolo volge al termine. Numero di gruppo, Yuzuru e tutta la sua passione, saluti coreografati, Yuzuru e tutto il suo entusiasmo… come gli altri spettatori anch’io sono in piedi, anch’io mi dimentico del freddo, e applaudo da spellarmi le mani, e mi sgolo. Se solo avessi un banner, ma non ce l’ho. Se solo incrociassi per un attimo lo sguardo di Yuzu e potessi intuire come guarda direttamente negli occhi…
Okay, bisogna uscire.
Per andarsene dall’arena ci vuole parecchio tempo: prima occorre uscire dal palazzetto, poi raggiungere i parcheggi, infine o prendere l’auto o mettersi in coda e aspettare la navetta. Meno male che siamo tantissimi e si può contare sull’effetto stalla contro il freddo e sull’effetto Yuzu contro la noia dell’attesa. E meno male, anche, che c’è un’organizzazione nipponicamente perfetta: a cinque per volta, le navette (in realtà grossi pullman) si allineano, si riempiono e partono, subito sostituite da altre cinque. In totale saranno cinquanta, sessanta, forse di più. E così io, Elena e Pep parliamo dello splendore che abbiamo appena visto mentre usciamo dal palazzetto, raggiungiamo i parcheggi, ci mettiamo in coda, aspettiamo e saliamo sulla navetta, torniamo a Sendai e… andiamo a cena?
No. Niente cena, stasera. Siamo esauste: quello dei fanyus è un lavoro usurante, vi ricordo. Tutto ciò che abbiamo l’energia di fare è passare da un konbini a comprarci qualcosa da mangiare, tornare in albergo, fare un bagno caldo, coccolare le nostre emozioni e andare a dormire.
Quindi ciao ragazze, a domani: perché domani ci sarà ancora Yuzu.
.LUNEDI 9 MARZO
Che cosa vi racconto, della terza giornata? Per molti aspetti, è stata quasi una fotocopia della seconda: mostra la mattina, spettacolo il pomeriggio. Vi racconto le varianti? All’arena, Elena e io abbiamo visitato un padiglione che avevamo tralasciato per questioni di tempo, in cui artigiani del mercato di Wajima, pesantemente danneggiato dal terremoto nella penisola di Noto nel 2024, esponevano i loro manufatti; c’erano oggetti meravigliosi (teiere, bacchette, monili di fattura squisita), ma io non me li sarei potuti permettere neanche se avessi saputo come farli arrivare integri in Italia. Poi, tornando in stazione dalla mostra, una ragazza ci ha intervistate per un’indagine sul turismo nel Tohoku. «Perché sei qui?» «Per lo spettacolo di Yuzuru Hanyū». «Cos’hai visto a Sendai?» «Be’, le rovine del castello, il mausoleo, ma principalmente i luoghi legati a Yuzuru Hanyū». «Tornerai?» «Dipende da Yuzuru Hanyū». (NB: la ragazza aveva il nome «Yuzuru Hanyū» memorizzato sull’iPad, perciò io ed Elena non eravamo le prime squinternate che le capitavano davanti). Infine, siamo andate in un grande magazzino a comprare una valigia per Elena: acquistare e spedire valigie supplementari stipate di merchandising e regalini è una tipica attività fanyuica. E la sera siamo andate a cena, visto che l’indomani io sarei partita.
Ecco tutto.
Come ben sappiamo, però, vedere Yuzuru è un’esperienza ogni volta diversa, per cui trasferiamoci subito all’arena per la terza e ultima replica di Notte Stellata.
Oggi sono più lontana, ma comunque in ottima posizione: non in piccionaia, anzi, a metà del lato lungo a sinistra guardando il palco. Lo strano è che ieri, quando ero vicinissima, non sentivo il rumore dei pattini, ora invece sì. Ed è ancora più strano che il più rumoroso sui pattini sia… Jason. D’accordo, che gli uomini facciano più rumore delle donne ci sta; ma Jason più pesante di Keiji, di Javier? Eppure è così. Yuzu, invece. Lui sembra sempre che accarezzi il ghiaccio, e le sue lame producono un suono particolare: me n’ero già accorta la prima volta che lo avevo visto dal vivo, in un allenamento. Bisognerebbe calcolare il peso di Yuzu in scarpe normali su una bilancia, poi il suo peso in pattini sul ghiaccio: secondo me, il secondo risulterebbe inferiore.
«Yuzuru sound» a parte, di qui vedo benissimo un sacco di cose.
Vedo benissimo le sue braccia in Notte Stellata: sbaglio, o le muove come ali più spesso del solito?
Vedo benissimo le parti a terra di Happy End, il corpo di Yuzu che si tende verso l’alto e cerca di staccarsi dal suolo, i movimenti di danza non classica: le cloches (da supini, solitamente con le braccia allargate per mantenersi stabili e le gambe tese e unite, si porta un piede all’altezza del fianco opposto, tenendo il ginocchio piegato e facendo scorrere a terra la punta delle dita, poi lo si riporta nella posizione di partenza. È un esercizio molto usato nel riscaldamento, perché aiuta a mettere in moto non solo le gambe ma il bacino e i glutei); i développés in ginocchio (Yuzu fa un passé, poi stende una gamba alla seconda, cioè di lato), il primo molto rapido, quasi un calcio, il secondo lento e preciso; le contrazioni quando, specie nell’ultima parte, Yuzu di colpo si raccoglie in se stesso e poi altrettanto di colpo si inarca all’indietro; i cerchi disegnati nell’aria dalle sue braccia, con tutto il corpo che esprime la dicotomia tra… luce e buio? Sanità e follia? Vita e morte? Tutto questo insieme, forse. E un colpo di tosse alla fine, troppo in accordo con la musica per essere vero, casuale. (Yuzuru dirà poi di aver tossito sul serio in quel momento al secondo show e di aver ripetuto apposta il colpo di tosse perché ci stava bene: come dargli torto?)

Vedo benissimo anche il finale di Yae no sakura. Non solo i déboulés: quando Yuzu esce, in realtà si china a terra, in una posizione finale accucciata e, direi, opposta a quella di Tenchi, protesa verso l’alto.
E vedo benissimo il finale dello show, i saluti coreografati: la variante, oggi, è che mentre le ragazze si allacciano in fila e slanciano le gambe come nel can can, i ragazzi le imitano e Yuzu, ovviamente, non resiste alla tentazione di esibirsi un po’: slancia le gambe in alto (ah, in danza si chiamano grands battements) più degli altri, tolto Jason, come fosse un provino per ballare al Moulin Rouge. Solo lui riesce a essere adorabile anche quando fa lo sborone.

Ultimo giro di saluti, ultime parole, ultimo «Arigato gozaimashita»…
… e Notte Stellata 2026 è finito.
.MARTEDI 10 MARZO
Elena resta qui ancora qualche giorno, io invece rientro in Italia. Sveglia alle 7, shinkanse Sendai-Tokyo alle otto, treno Tokyo-Narita alle 8.45, aereo per Amsterdam alle 13.30, aereo per Torino alle… e chi si ricorda? Grazie al fuso orario a favore, alle 23.30 sono a casa. E sono a pezzi, naturalmente.
Porca miseria, che fatica essere fanyu.
Ma come si fa a non essere fanyu?
Non ne ho idea. Non voglio averla.
E quindi: arrivederci, Yuzu. Non vedo l’ora di sfiancarmi e stancarmi ancora per te.

Credits
Foto belle: Elena Colpani
Foto brutte: Alessandra Montrucchio
Screen shot orrendi: Alessandra Montrucchio


